Cena con delitto – Knives Out (2019)

Harlan Thrombey è un eccentrico scrittore di gialli che ha la famiglia che si merita; una famiglia del cazzo composta da sanguisughe equamente divise nell’ipotetico spettro politico americano conservator-progressista pronte a saltarsi alla giugulare alla prima occasione ghiotta pur di accaparrarsi l’impero economico costruito dal bisbetico capofamiglia.

E però succede che la notte del suo 85esimo compleanno, Harlan decide inaspettatamente di aprirsi la gola con un bel coltello riversando un buon litro di sangue sul tappetino bianco di volpe ai piedi del bel divanetto in pelle nell’attico dove era solito portare la sua badante uruguaiana per verificare la sua integrità morale grazie a graziosi piccoli periscopi anali anacronistici ben lubrificati.

Tutto sembra andare per il meglio quindi: il vecchio è morto, la colombiana è lubrificata al punto giusto e l’eredità andrà ai figli sanguisughe… e però nessuno ha fatto i conti con l’immigrazione clandestina, vera piaga sociale dei nostri tempi, che si affaccia alla nostra narrazione nei panni della peruviana di cui sopra alla quale Harlan ha deciso di lasciare tutti i suoi averi.
E quando dico tutti intendo tutto tutto, anche quella merdosa tazza da 2 lire comprata al mercatino e che recita “la mia casa, le mie regole, il mio prepuzio, il mio caffè”.

Cena con delitto (2019)

Vaffanculo.

Vaffanculo i film dei liberal-progressisti americani che ti vogliono dire che Trump è cattivo mettendo in bocca ad un personaggio idiota elogi per il presidente americano; che gli immigrati irregolari vanno lasciati in pace perché lavorano sodo, a differenza degli sfaticati pesaculo che gravitano attorno ad Hollywood, ma vallo a raccontare ad un contadino del Nebraska mortacci tua sceneggiatore figlio di madre ignota; che le famiglie degli immigrati non si devono dividere, anche se la madre è da anni su suolo americano senza documenti e io mi domando come cazzo hanno fatto le figlie ad andare a scuola; che quel poverello di bambino messicano nella gabbia che abbiamo tutti visto in foto stronzo Trump anche se poi si è scoperto che era tutta una farsa e io amo gli immigrati cazzo, li amo così tanto che ci faccio un film sopra con un paio di twist per dargli quella parvenza d’opera d’arte ma in realtà voglio solo dire ai miei amici ricchi che odio i benestanti ipocriti ricchi nonostante lo sappiamo tutti che sono anche io un benestante ipocrita ricco perché poi alla fine la morale del film è che la badante ecuadoregna i soldi se li è meritati perché è moralmente meglio degli eredi, e NON perché PER LEGGE le spetta l’eredità, cascasse il mondo, fosse lei pure una bevuta bastarda mangia cazzi frullatora, fosse pure una che vota Trump e se lo farebbe mettere in culo da Gerry Scotti mentre urla fortissimo “w il papa re, mannaggia la madonna, w il papa re!”

Ecco: quando vedo queste veline para-governative, io mi vorrei mettere l’elmetto chiodato per andare a marciare sui cadaveri dei figli di questi pezzi di merda che si collocano a sinistra solo perché i posti a sedere a destra sono finiti e dargli tanti di quei calci sulle gengive fino a che m’imploreranno in lacrime di poter rinnegare le loro stronzate finto-progressiste volte solo a nascondere la realtà dei fatti e cioè che l’unica vera rivoluzione avverrà quando verremo a prenderli per i loro capelli tinti, li trascineremo fuori dalle loro lussuose case (comprate, ereditate, rubate, eluse al fisco) e li giustizieremo in piazza dopo che un tribunale popolare li condannerà come “nemici del popolo”.

Per fortuna c’è ancora chi rimane un sano nazionalista del cazzo ed erige un argine a queste puttanelle brasiliane che si fanno intestare l’eredità a suon di limoncelli ai decrepiti cazzi dei nostri nonni rincoglioniti.

Heil Giorgia Meloni! 88 sieg heil !!!

VOTO:
2 puttane brasiliane e mezzo

Cena con delitto - Knives Out (2019) voto

Titolo originale: Knives Out
Regia: Rian Johnson
Anno: 2019
Durata: 130 minuti
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Ancora auguri per la tua morte (2019)

Nel primo mediamente divertente capitolo prodotto dall’ebreo Jason Blum avevamo lasciato l’ebrea Tree Gelbman finalmente libera dal loop temporale che non le permetteva di fottere il suo mezz’ebreo neo ragazzo Carter Davis.

In questo mediamente più divertente capitolo troviamo il vietnamita Ryan Phan finire lui stesso nel loop temporale creato dall’esperimento quantistico messo in piedi da lui, dall’indiano Samar Ghosh e dall’imprecisata lesbica Dre Morgan i quali non solo hanno creato il loop temporale di cui sopra, ma riescono poi a spedire Tree in un universo parallelo nel quale sua madre non è morta, e dajece carico, ma il suo ragazzo Carter intinge il biscotto nel pertugio vaginale della svampita Danielle Bouseman (ashkenazi?).

Seguono gag comiche volte a divertire il pubblico pagante un film che con la scusa del multiverso ci parla in realtà di un mondo multiculturale.

Ancora auguri per la tua morte (2019)

Non siamo certo di fronte ad un capolavoro, ma questo Happy Death Day 2U (divertente anche il titolo) riesce lì dove il predecessore cascava come un cavaliere zoppo, ovvero nel prendersi in giro non solo nella forma, ma anche nella sostanza virando verso la semi-parodia/semi-satira del genere.

Emblematici a tal proposito l’esplicitazione dei rimandi a Back to the Future 2 (che la protagonista non ha visto, riecheggiando il probabile sentimento del pubblico di riferimento) e il demenziale finale post-crediti alla Marvel.

E’ il classico film che ti guardi con gli amici quando hai tra i 16 e i 22 anni, sei pieno di esuberanza adolescenziale, la vita sembra un’autostrada gestita finalmente dallo Stato  e la morte non ha ancora messo la sua mano gelida sui tuoi miseri testicoli.

VOTO:
4 autostrade

Ancora auguri per la tua morte (2019) voto

Titolo originale: Happy Death Day 2U
Regia: Christopher Landon
Anno: 2019
Durata: 100 minuti
Compralo: https://amzn.to/33fL7lu

Puppet Master – Il burattinaio (1989)

Nel 1939 un simpatico vecchio burattinaio impara a sue spese che non si deve mai e poi mai portare in vita un pupazzo dalle fattezze di Totò con una pergamena magica egiziana.

Tutt’al più lo si può usare come sollazzo anale mentre si guarda David Parenzo tentare di passare per giornalista vociferando frasi a caso molto velocemente facendole rimbombare nel suo naso da Shylock prima che qualcuno glielo tagli e glielo ficchi su per il culo.

Puppet Master - Il burattinaio (1989)
American History X!

Filmetto con 5 pupazzi assassini e un gruppetto di 5 psichici psicotici che ha tanto mordente quanto una vecchia pompinara senza dentiera.

Carini i piccoletti stronzetti con le loro specialità anche un po’ bizzarre (tipo la donnina che vomita sanguisughe) e per i fan delle tette, posso confermare che se ne vedono almeno 4.
Il resto è trascurabile.

VOTO:
2 Parenzo e mezzo

Puppet Master: il burattinaio (1989) voto

Titolo originale: Puppet Master
Regia: David Schmoeller
Anno: 1989
Durata: 90 minuti
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L’altro delitto (1991)

Quando si pensa a Robin Williams in un ruolo da cattivo si fa sempre riferimento a One Hour Photo o al massimo ad Insomnia eppure io che ho visto più cazzi di tua sorella mi ricordo sempre di questo film dove il nostro caro e villoso Robin interpreta uno psicologo radiato dall’albo perché zozzone sporcaccione e ridotto a farsi le pause pranzo nella cella frigorifera di un alimentari di quart’ordine in mezzo a capocce di vitelli e quarti di bue.

Cosa c’entra questo con la trama?
Poco, poco o nulla visto che è la storia di una smemorata con strani incubi irrisolti da svelare con sedute d’ipnosi regressiva e dell’investigatore privato che se la prende in casa con la speranza di riporre il suo piccolo ma voglioso baccello nell’astuccio zippato di lei, ma però invece è quel tocco di colore che m’ha stampigliato per sempre la pellicola nel cervello nonostante all’epoca non avessi piena coscienza di quanto fosse ridicolo e vetusto in certi punti.

L'altro delitto (1991)
ve lo giuro, è grosso così!

Interessante neo-noir neo-sul-culo che dalla sua può vantare tutta una serie di scelte azzeccate: grandi attori anche tra i co-primari (spassoso Wayne Knight con la zeppola), personaggi ben definiti (anche al limite del grottesco), immagini indelebili da film muto (la sigaretta fumata dalla gola è stato un marchio a fuoco da bestia di Satana) e una generale spolverata di crudo cinismo che non fa mai male.

Lo consiglio?
Certo che lo consiglio.
Lo raccomando?
Certo che lo raccomando.
Lo metto incinta?
Certo che lo metto incinta.

VOTO:
3 bestie di Satana

L'altro delitto (1991) voto

Titolo originale: Dead Again
Regia: Kenneth Branagh
Anno: 1991
Durata: 107 minuti
Compralohttps://amzn.to/2NJU8dH

Double Down (2005)

In questo film Neil Breen interpreta una versione romanzata ed esageratamente iperbolica della sua personalità egocentrico-narcisista alle prese con depressione, confusione, attacchi terroristici, corruzione e controllo globale nella splendida cornice dannata di Las Vegas che Neil Breen farà andare a zampe all’aria grazie alla sua straordinaria intelligenza che copre bioterrorismo, hackeraggio informatico e pranoterapia con la quale curerà una bambina dal cancro nei ritagli di tempo tra lo smercio di antrace e una visita al parco comunale.

Double Down (2005)
et voilà… guarita

Neil Breen e i suoi film sono entrati a pieno titolo nell’olimpo delle cacate colossali tanto inconsapevolmente brutte da risultare epiche, tipo quella famosa perla chiamata The Room.

Diventato quasi una celebrità nel circuito indie americano, il nostro genio californiano a metà strada tra un dio e un orgasmo cosmico ha sfornato 5 pellicole alla media di una ogni 3 anni; una roba di tutto rispetto se si considera che Nanni Moretti ce ne mette anche 4 o 5.

Cosa?
La qualità non è la stessa?
Vero, Neil Breen è inarrivabile.

VOTO:
1 Moretti

Double Down (2005) voto

Titolo russo: Двойной провал
Regia: Neil Breen
Anno: 2005
Durata: 93 minuti

Auguri per la tua morte (2017)

Theresa “Tree” Gelbman è una studentessa universitaria un po’ stronza e un po’ zoccola, ma basta questa sua peccaminosa indole da parlamentare di Forza Italia per condannarla a morte?

Beh, secondo il suo malefico killer mascherato, questo basta e avanza… ma Tree avrà dalla sua una (unica) grandissima opportunità: rivivere a iosa il giorno della sua morte per tentare di smascherare il suo assassino, come in quel film anni ’80 con Bill Murray, fatto meglio e soprattutto senza una protagonista forzista.

E sbimmiti sbum:
contelli in panza, fracassi di cervella;
maschere d’oltranza, per questa birba di monella.

Auguri per la tua morte (2017)
le cene ad Arcoreee !

Gli spaventi sono tanti, milioni di milioni,
ma ce ne fosse uno che sazia i miei languori;
se tu ti vuoi un po’ bene, non farti infinocchiare,
i film pe’ adolescenti non farteli servire.

VOTO:
3 birbe (dei puffi)

Auguri per la tua morte (2017) voto

Titolo originale: Happy Death Day
Regia: Christopher Landon
Anno: 2017
Durata: 96 minuti

Jack Reacher: La prova decisiva (2012)

Pittsburgh è famosa sia per gli zombie di George Romero che per i cecchini infami che sparacchiano come cani randagi 5 sconosciuti in riva al fiume dall’alto del ventesimo piano di un palazzo sulla riva opposta.

James Barr, reduce della guerra del Golfo dall’istinto omicida, è accusato di questi 5 omicidi perché tutte, TUTTE, dico TUTTE le prove sono contro di lui… ma Jack Reacher, un ex maggiore della polizia militare, la pensa altrimenti: sembra tutto troppo perfetto, tutte le prove al loro posto, tutti che votano Salvini.

Qua sotto c’è la mano dei bolscevichi, o dei gatti lunari, o dell’ex ministro del MIT Pietro Lunardi.

Jack Reacher (2012)

Un sufficiente per questo filmetto d’azione tratto da una famosa serie di libretti buoni a far viaggiare con la mente gli impiegati ministeriali e una manata in bocca a me che mi ostino a perseguire la facile strada della perdizione satanica con questa cinematografia di quart’ordine che ti trastulla i genitali con le trame semplici, le battute semplici e le persone semplici.

In tutto questo, trovo però insolitamente piacevole la presenza nel ruolo di antagonista del placido Werner Herzog, famoso regista tra i protagonisti del Nuovo Cinema Tedesco, che io dico ma come cazzo ti viene in mente ti servono forse i soldi per bucarti tra le dita dei piedi werner no perché se è così parliamone?!

VOTO:
3 Lunardi

Jack Reacher (2012) voto

Titolo cileno: Jack Reacher: Bajo la mira
Regia: Christopher McQuarrie
Anno: 2012
Durata: 130 minuti

Pumpkinhead (1988)

In un posto polveroso e dimenticato da dio vivono rozzi bifolchi bianchi chiamati americani; poveri derelitti ignoranti nel midollo che non vedono l’ora di prendere la zappa e darsela sui piedi mentre cantano un padre nostro a squarciagola in mezzo a un campo di zucche.

Orbene, il nostro protagonista Harley è uno di loro e, come se la sfiga non bastasse mai, questo povero derelitto ignorante nel midollo che non vede l’ora di prendere la zappa e darsela sui piedi mentre canta un padre nostro a squarciagola in mezzo a un campo di zucche… ha un figlio ritardato al quale vuole tanto bene e con cui s’intrattiene nelle notti di luna piena mettendo in pratica quello che viene definito dai più come “amore gay”.

Purtroppo questo loro incestuoso idillio sessuale verrà distrutto nel momento esatto il piccolo verrà “messo sotto” da uno stronzo in moto da cross tu eri capace io no zundap su in due io e te cercando la tettona a Barona che non c’era mai…

Pumpkinhead (1988)
…seeeeeee

Forgettable come la bottiglia di passata di pomodoro che ti spaccherei in testa se ne avessi l’occasione, il film tiene comunque botta sul versante degli effetti speciali grazie alla presenza in regia del veterano degli effetti speciali Stan Winston (Terminator, Aliens, Jurassic Park).

All’uscita passò giustamente inosservato, un po’ per la cagnaggine degli attori coinvolti e un po’ per la sgrammaticatura istituzionale tanto cara al primo ministro Giuseppe Conte, mentre negli anni ha acquisito un piccolo gruppo di fan, senza un reale motivo.

VOTO:
2 veterani

Pumpkinhead (1988) voto

Titolo spagnolo: Pacto de sangre
Regia: Stan Winston
Anno: 1988
Durata: 86 minuti

Summer of 84 (2018)

Davey Armstrong, Dale Woodworth, Curtis Farraday e Tommy Eaton sono 4 adolescenti della periferia perbene americana che hanno tutta l’intenzione di trascorrere l’estate del 1984 andando in bicicletta, sfogliando riviste porno e tentando di risolvere il mistero del serial killer locale che finora ha fatto scomparire 13 ragazzini senza lasciare traccia.

Davey guida le indagini spinto da un’irrefrenabile quanto dubbia passione per le cospirazioni e comincia a sospettare dell’insospettabile vicino di casa; un giovane uomo bianco dal sorriso bonario e dalla panza paciosa al di sopra di ogni sospetto, vista anche la sua professione: il poliziotto.

Fughe in avanti, rincorse a perdifiato, segreti deglutiti e pozzanghere di sangue faranno da gaio sfondo a questa torbida vicenda.

Summer of 84 (2018)
Polybius!

Godibilissima seconda opera per il trio canadese che ci ha già regalato quella piccola perla chiamata Turbo Kid e secondo nostalgico tuffo negli anni ’80, questa volta in maniera più che diretta vista l’ambientazione (dichiarata apertamente nel titolo).

Biciclette, walkie talkie e rapimenti di minori sono gli elementi cardine di una storia che voglia far calare lo spettatore dentro quel decennio particolare durante il quale è nato sia il sottoscritto che Macaulay Culkin e questo film regala questo e molto altro.

Non siamo certo di fronte ad un capolavoro, ma piuttosto ad un’ottima piccola pellicola che rispetta tutti i santissimi crismi del genere spingendosi anche in un paio di azzeccatissimi twist che giocano sulle aspettative del pubblico e sui percorsi narrativi classici.

Consigliato, se non si fosse capito.

VOTO:
4 twist

Summer of 84 (2018) voto

Titolo originale: Summer of 84
Regia: François Simard, Anouk Whissell, Yoann-Karl Whissell
Anno: 2018
Durata: 105 minuti

Link (1986)

La giovane universitaria Jane Chase chiede di fare d’assistente al professor Steven Phillip, un antropologo-zoofilo-zoopederasta che tiene segregate nel suo bel castelletto sul mare 3 scimmie dall’animo alquanto incazzoso.

Questo perché sta conducendo importantissimi esperimenti sul livello di comprensione scimmiesca e le differenze tra la nostra civiltà e il loro modo di stare al mondo, e quando dico “importantissimi” intendo che non hanno alcun valore se non quello d’appagare il suo senso di frustrazione per essere uno scapolo canuto-andante che non ha meglio da fare se non spippettare le sue scimmiette per riempirle subito dopo di mazzate.

Arrivata in questa villona a due piani nel mezzo della desolata campagna inglese (scozzese?), Jane farà appena in tempo a mostrare la fica a Link, il più anziano e più violento dei 3 primati, prima di scoprire quanto all’università è meglio farsi i cazzi propri.

Link (1986)

Cercavo questo film da quando, molto meno che adolescente, scrutavo la sua stramba copertina nella videoteca vicino casa.
La videoteca era quel negozio dove, prima che Borghezio evolvesse in homo sapiens, si andavano a noleggiare i film su formato VHS ad un cifra che poteva variare tra le 4 e i 8 mila lire, questo però solo dopo aver sottoscritto la tessera annuale che costava tra le 50 e le 100 mila lire.
Poi è venuto internet, il download selvaggio,  lo streaming e di colpo tutto quel magico mondo fatto d’incompetenti arricchitisi alle spalle d’ignari bambini è scomparso come lacrime nella pioggia.

Tornando a noi: la faccia sghignazzante di Link vestito da maggiordomo inglese mentre accende un fiammifero mi aveva sempre incuriosito; non in misura sufficiente da noleggiare il film, ma abbastanza da tormentare le mie ricerca sul web per i successivi 20 anni.
E alla fine l’ho trovato, l’ho visto e devo dire che non è niente male; anzi, tutt’altro: è un ottimo film a basso costo con alcune pregevoli sequenze dall’occhio raffinato e popolato da scimmie ben addestrate che riescono, quando non sono sostituite per ragioni di praticità da un nano coperto con una pelliccia, a farti credere che un orangotango possa sollevare un furgoncino della Ford.

Mica cazzi, Franco Micalizzi.

VOTO:
3 furgoncini e mezzo

Link (1986) voto

Titolo messicano: Link, el sanguinario
Regia: Richard Franklin
Anno: 1986
Durata: 103 minuti

Black Mirror: Bandersnatch (2018)

Nel lontano 1984, il 19enne Stefan Butler sta programmando Bandersnatch, un’avventura grafica a finali multipli basata sull’omonimo librone scritto dal leggendario Jerome F. Davies, uno che divenne matto durante la stesura del mattone in questione e fece a pezzi la moglie credendo fosse coinvolta in un elaborato piano per togliergli il libero arbitrio.

Contattata la Tuckersoft, una software house in forte espansione che può vantare nella sua scuderia Colin Ritman, uno dei migliori giovani game designer sul mercato, il nostro Butler ha pochi mesi per finire il codice e rendere possibile l’uscita del videogioco nella finestra vendite natalizia.
Ma messo sotto pressione dalla scadenza, dalla complessità del progetto e dalla continua sensazione che ogni sua decisione sia influenzata da un’ignota forza esterna, il giovane programmatore s’infilerà sempre più nel buco del bianconiglio rivelando uno spaventoso mondo composto di realtà parallele che s’intrecciano e dividono in un fiume di percorsi di vita.

Black Mirror: Bandersnatch (2018)

Fantastico esperimento di film interattivo per Netflix e capolavoro assoluto di scrittura (meta)cinematografica che farebbe invidia al migliore David Lynch o al più strafatto Philip Dick.

Parliamo della parte più interessante e cioè il funzionamento: lo spettatore viene presentato ogni tanto con una scelta cliccabile tra due opzioni per far sì che la storia prosegua verso questa o quell’altra strada, ricalcando quindi la natura stessa del gioco che il protagonista sta scrivendo, ed elevando immediatamente l’opera a un livello superiore sfondando con un calcio il genere meta-cinematografico (cioè il cinema che parla di se stesso) e con una spallata la metafisica dichiarando apertamente che non esiste una realtà, né tantomeno una realtà perfetta, ma solo una serie di tracciati binari che, permettendone la ripercorribilità, relativizzano il concetto stesso di esistenza e, ribaltando il sillogismo ontologico cartesiano sull’esistenza di Dio, l’imperfezione della realtà data la non esistenza della stessa.

Qui si dichiara guerra aperta all’illusione del libero arbitrio, sia per Stefan che vive teleguidato dalle decisioni di chi lo guarda e sia per le decisioni di chi lo guarda che risultano essere spesso e volentieri una falsa scelta volta unicamente a dare l’impressione che lo spettatore sia al comando (come spiega Stefan stesso a proposito del suo videogioco in uno dei finali possibili); quello che conta invece è il contributo relativo del singolo segmento al traguardo finale che si raggiunge… e però anche il traguardo finale può essere ricusato saltando a piè pari ad un bivio precedente e ricominciando con un’altra prospettiva.

I finali sono molteplici e riesce anche difficile definirne un numero con precisione perché diversi percorsi conducono alla stessa fine come pure stessi percorsi risultano in fini differenti per via di una piccola scelta presa molto prima lungo la storia e solo apparentemente slegata dal tutto.
Quello che è certo è che il finale migliore per il protagonista coincide con il peggiore per il videogioco, e viceversa, lasciando quindi sempre l’amaro in bocca per l’impossibilità di raggiungere una completezza catartica.

È importante far presente che Bandersnatch può essere visto solo se si usufruisce della piattaforma Netflix perché le scelte che lo spettatore deve fare sono controllate da un codice che la stessa compagnia fa girare alle spalle del file video; quindi niente torrent, né ora e né mai.
E se come me non avete un abbonamento, perché viva i pirati dei sette mari, potete usufruire del primo mese gratuito… ricordatevi solo di cancellare l’iscrizione prima che comincino a scalarvi 9 fottuti euri al mese.

VOTO:
5 pirati

Black Mirror: Bandersnatch (2018) voto

Titolo turco: Kara Ayna: Bandersnatch
Regia: David Slade
Anno: 2018
Durata: dai 40 minuti alle 6 ore

A Quiet Place (2018)

Una simpatica famigliola di americani vive nel silenzio più assoluto in una sperduta fattoria facendo rare quanto ponderate scappatelle in città per rifornimenti.

Tutto sembrerebbe supporre una semplice scelta salutista, di ritorno alla natura, se non fosse per il piccolo dettaglio che la famiglia in questione vive in un mondo post-apocalittico distrutto, probabilmente in maniera irreversibile, da un misterioso drappello di mostri alieni iper-sensibili ai rumori.
Difatti, se questi mostri ti sentono parlare sottovoce o se ti cade un libro a terra, ecco che si dirigono a tutta birra verso la fonte sonora e ti sfrugugnano di mazzate riducendoti velocemente in brandelli.

E quindi:
se una creatura è iper-sensibile ai suoni, quale sarà il suo punto debole?
Come sarà possible farla fuori?

La famiglia di decerebrati ci arriverà dopo 473 giorni di ponderata riflessione.

A Quiet Place - Un posto tranquillo (2018)

Film molto anticipato da molti e molto odiato da me.

Non che sia un abominio, assolutamente; il problema risiede però in quel suo sfacciato desiderio di sedere tra i film dei grandi, i film fighetti che mascherano una tematica profonda dentro un film di genere.
Qui invece appare chiaro che siamo agli antipodi e cioè un banale film di genere che si maschera da filmetto profondo per fotterti le banconote riposte profondamente dentro le tasche.

Il problema fondamentale della pellicola, al di là di alcune sviolinate vomitevoli tra cui la turbolenta e piena d’incomprensioni relazione padre-figlia (sorda), vero e proprio fulcro della storia, oppure l’incredibile gravidanza annuale della madre che io non so che sperma ritardato abbia il padre (ne ho vedute tante da raccontar giammai una gravidanza di 384 giorni), a rovinare veramente l’opera è soprattutto la serie di regole secondo le quali il film decide di giocare e che poi infrange come nulla fosse quando la spendibilità di una scena verso il pubblico generalista lo richiede.

Roba che ad esempio i personaggi ripetono mille volte (col linguaggio dei segni) quanto sia importante mantenere un religioso silenzio per non finire sterminati nel battito d’ali d’un colibrì e dopo 10 minuti li vedi sgambettare nei campi di mais facendo un casino della Madonna perché c’è una scena di tensione e allora chi se ne frega delle regole.

VOTO
2 mais e mezzo

A Quiet Place - Un posto tranquillo (2018) voto

Titolo esteso: A Quiet Place – Un posto tranquillo
Regia: John Krasinski
Anno: 2018
Durata: 90 minuti