Auguri per la tua morte (2017)

Theresa “Tree” Gelbman è una studentessa universitaria un po’ stronza e un po’ zoccola, ma basta questa sua peccaminosa indole da parlamentare di Forza Italia per condannarla a morte?

Beh, secondo il suo malefico killer mascherato, questo basta e avanza… ma Tree avrà dalla sua una (unica) grandissima opportunità: rivivere a iosa il giorno della sua morte per tentare di smascherare il suo assassino, come in quel film anni ’80 con Bill Murray, fatto meglio e soprattutto senza una protagonista forzista.

E sbimmiti sbum:
contelli in panza, fracassi di cervella;
maschere d’oltranza, per questa birba di monella.

Auguri per la tua morte (2017)
le cene ad Arcoreee !

Gli spaventi sono tanti, milioni di milioni,
ma ce ne fosse uno che sazia i miei languori;
se tu ti vuoi un po’ bene, non farti infinocchiare,
i film pe’ adolescenti non farteli servire.

VOTO:
3 birbe (dei puffi)

Auguri per la tua morte (2017) voto

Titolo originale: Happy Death Day
Regia: Christopher Landon
Anno: 2017
Durata: 96 minuti

Jack Reacher: La prova decisiva (2012)

Pittsburgh è famosa sia per gli zombie di George Romero che per i cecchini infami che sparacchiano come cani randagi 5 sconosciuti in riva al fiume dall’alto del ventesimo piano di un palazzo sulla riva opposta.

James Barr, reduce della guerra del Golfo dall’istinto omicida, è accusato di questi 5 omicidi perché tutte, TUTTE, dico TUTTE le prove sono contro di lui… ma Jack Reacher, un ex maggiore della polizia militare, la pensa altrimenti: sembra tutto troppo perfetto, tutte le prove al loro posto, tutti che votano Salvini.

Qua sotto c’è la mano dei bolscevichi, o dei gatti lunari, o dell’ex ministro del MIT Pietro Lunardi.

Jack Reacher (2012)

Un sufficiente per questo filmetto d’azione tratto da una famosa serie di libretti buoni a far viaggiare con la mente gli impiegati ministeriali e una manata in bocca a me che mi ostino a perseguire la facile strada della perdizione satanica con questa cinematografia di quart’ordine che ti trastulla i genitali con le trame semplici, le battute semplici e le persone semplici.

In tutto questo, trovo però insolitamente piacevole la presenza nel ruolo di antagonista del placido Werner Herzog, famoso regista tra i protagonisti del Nuovo Cinema Tedesco, che io dico ma come cazzo ti viene in mente ti servono forse i soldi per bucarti tra le dita dei piedi werner no perché se è così parliamone?!

VOTO:
3 Lunardi

Jack Reacher (2012) voto

Titolo cileno: Jack Reacher: Bajo la mira
Regia: Christopher McQuarrie
Anno: 2012
Durata: 130 minuti

Pumpkinhead (1988)

In un posto polveroso e dimenticato da dio vivono rozzi bifolchi bianchi chiamati americani; poveri derelitti ignoranti nel midollo che non vedono l’ora di prendere la zappa e darsela sui piedi mentre cantano un padre nostro a squarciagola in mezzo a un campo di zucche.

Orbene, il nostro protagonista Harley è uno di loro e, come se la sfiga non bastasse mai, questo povero derelitto ignorante nel midollo che non vede l’ora di prendere la zappa e darsela sui piedi mentre canta un padre nostro a squarciagola in mezzo a un campo di zucche… ha un figlio ritardato al quale vuole tanto bene e con cui s’intrattiene nelle notti di luna piena mettendo in pratica quello che viene definito dai più come “amore gay”.

Purtroppo questo loro incestuoso idillio sessuale verrà distrutto nel momento esatto il piccolo verrà “messo sotto” da uno stronzo in moto da cross tu eri capace io no zundap su in due io e te cercando la tettona a Barona che non c’era mai…

Pumpkinhead (1988)
…seeeeeee

Forgettable come la bottiglia di passata di pomodoro che ti spaccherei in testa se ne avessi l’occasione, il film tiene comunque botta sul versante degli effetti speciali grazie alla presenza in regia del veterano degli effetti speciali Stan Winston (Terminator, Aliens, Jurassic Park).

All’uscita passò giustamente inosservato, un po’ per la cagnaggine degli attori coinvolti e un po’ per la sgrammaticatura istituzionale tanto cara al primo ministro Giuseppe Conte, mentre negli anni ha acquisito un piccolo gruppo di fan, senza un reale motivo.

VOTO:
2 veterani

Pumpkinhead (1988) voto

Titolo spagnolo: Pacto de sangre
Regia: Stan Winston
Anno: 1988
Durata: 86 minuti

Summer of 84 (2018)

Davey Armstrong, Dale Woodworth, Curtis Farraday e Tommy Eaton sono 4 adolescenti della periferia perbene americana che hanno tutta l’intenzione di trascorrere l’estate del 1984 andando in bicicletta, sfogliando riviste porno e tentando di risolvere il mistero del serial killer locale che finora ha fatto scomparire 13 ragazzini senza lasciare traccia.

Davey guida le indagini spinto da un’irrefrenabile quanto dubbia passione per le cospirazioni e comincia a sospettare dell’insospettabile vicino di casa; un giovane uomo bianco dal sorriso bonario e dalla panza paciosa al di sopra di ogni sospetto, vista anche la sua professione: il poliziotto.

Fughe in avanti, rincorse a perdifiato, segreti deglutiti e pozzanghere di sangue faranno da gaio sfondo a questa torbida vicenda.

Summer of 84 (2018)
Polybius!

Godibilissima seconda opera per il trio canadese che ci ha già regalato quella piccola perla chiamata Turbo Kid e secondo nostalgico tuffo negli anni ’80, questa volta in maniera più che diretta vista l’ambientazione (dichiarata apertamente nel titolo).

Biciclette, walkie talkie e rapimenti di minori sono gli elementi cardine di una storia che voglia far calare lo spettatore dentro quel decennio particolare durante il quale è nato sia il sottoscritto che Macaulay Culkin e questo film regala questo e molto altro.

Non siamo certo di fronte ad un capolavoro, ma piuttosto ad un’ottima piccola pellicola che rispetta tutti i santissimi crismi del genere spingendosi anche in un paio di azzeccatissimi twist che giocano sulle aspettative del pubblico e sui percorsi narrativi classici.

Consigliato, se non si fosse capito.

VOTO:
4 twist

Summer of 84 (2018) voto

Titolo originale: Summer of 84
Regia: François Simard, Anouk Whissell, Yoann-Karl Whissell
Anno: 2018
Durata: 105 minuti

Link (1986)

La giovane universitaria Jane Chase chiede di fare d’assistente al professor Steven Phillip, un antropologo-zoofilo-zoopederasta che tiene segregate nel suo bel castelletto sul mare 3 scimmie dall’animo alquanto incazzoso.

Questo perché sta conducendo importantissimi esperimenti sul livello di comprensione scimmiesca e le differenze tra la nostra civiltà e il loro modo di stare al mondo, e quando dico “importantissimi” intendo che non hanno alcun valore se non quello d’appagare il suo senso di frustrazione per essere uno scapolo canuto-andante che non ha meglio da fare se non spippettare le sue scimmiette per riempirle subito dopo di mazzate.

Arrivata in questa villona a due piani nel mezzo della desolata campagna inglese (scozzese?), Jane farà appena in tempo a mostrare la fica a Link, il più anziano e più violento dei 3 primati, prima di scoprire quanto all’università è meglio farsi i cazzi propri.

Link (1986)

Cercavo questo film da quando, molto meno che adolescente, scrutavo la sua stramba copertina nella videoteca vicino casa.
La videoteca era quel negozio dove, prima che Borghezio evolvesse in homo sapiens, si andavano a noleggiare i film su formato VHS ad un cifra che poteva variare tra le 4 e i 8 mila lire, questo però solo dopo aver sottoscritto la tessera annuale che costava tra le 50 e le 100 mila lire.
Poi è venuto internet, il download selvaggio,  lo streaming e di colpo tutto quel magico mondo fatto d’incompetenti arricchitisi alle spalle d’ignari bambini è scomparso come lacrime nella pioggia.

Tornando a noi: la faccia sghignazzante di Link vestito da maggiordomo inglese mentre accende un fiammifero mi aveva sempre incuriosito; non in misura sufficiente da noleggiare il film, ma abbastanza da tormentare le mie ricerca sul web per i successivi 20 anni.
E alla fine l’ho trovato, l’ho visto e devo dire che non è niente male; anzi, tutt’altro: è un ottimo film a basso costo con alcune pregevoli sequenze dall’occhio raffinato e popolato da scimmie ben addestrate che riescono, quando non sono sostituite per ragioni di praticità da un nano coperto con una pelliccia, a farti credere che un orangotango possa sollevare un furgoncino della Ford.

Mica cazzi, Franco Micalizzi.

VOTO:
3 furgoncini e mezzo

Link (1986) voto

Titolo messicano: Link, el sanguinario
Regia: Richard Franklin
Anno: 1986
Durata: 103 minuti

Black Mirror: Bandersnatch (2018)

Nel lontano 1984, il 19enne Stefan Butler sta programmando Bandersnatch, un’avventura grafica a finali multipli basata sull’omonimo librone scritto dal leggendario Jerome F. Davies, uno che divenne matto durante la stesura del mattone in questione e fece a pezzi la moglie credendo fosse coinvolta in un elaborato piano per togliergli il libero arbitrio.

Contattata la Tuckersoft, una software house in forte espansione che può vantare nella sua scuderia Colin Ritman, uno dei migliori giovani game designer sul mercato, il nostro Butler ha pochi mesi per finire il codice e rendere possibile l’uscita del videogioco nella finestra vendite natalizia.
Ma messo sotto pressione dalla scadenza, dalla complessità del progetto e dalla continua sensazione che ogni sua decisione sia influenzata da un’ignota forza esterna, il giovane programmatore s’infilerà sempre più nel buco del bianconiglio rivelando uno spaventoso mondo composto di realtà parallele che s’intrecciano e dividono in un fiume di percorsi di vita.

Black Mirror: Bandersnatch (2018)

Fantastico esperimento di film interattivo per Netflix e capolavoro assoluto di scrittura (meta)cinematografica che farebbe invidia al migliore David Lynch o al più strafatto Philip Dick.

Parliamo della parte più interessante e cioè il funzionamento: lo spettatore viene presentato ogni tanto con una scelta cliccabile tra due opzioni per far sì che la storia prosegua verso questa o quell’altra strada, ricalcando quindi la natura stessa del gioco che il protagonista sta scrivendo, ed elevando immediatamente l’opera a un livello superiore sfondando con un calcio il genere meta-cinematografico (cioè il cinema che parla di se stesso) e con una spallata la metafisica dichiarando apertamente che non esiste una realtà, né tantomeno una realtà perfetta, ma solo una serie di tracciati binari che, permettendone la ripercorribilità, relativizzano il concetto stesso di esistenza e, ribaltando il sillogismo ontologico cartesiano sull’esistenza di Dio, l’imperfezione della realtà data la non esistenza della stessa.

Qui si dichiara guerra aperta all’illusione del libero arbitrio, sia per Stefan che vive teleguidato dalle decisioni di chi lo guarda e sia per le decisioni di chi lo guarda che risultano essere spesso e volentieri una falsa scelta volta unicamente a dare l’impressione che lo spettatore sia al comando (come spiega Stefan stesso a proposito del suo videogioco in uno dei finali possibili); quello che conta invece è il contributo relativo del singolo segmento al traguardo finale che si raggiunge… e però anche il traguardo finale può essere ricusato saltando a piè pari ad un bivio precedente e ricominciando con un’altra prospettiva.

I finali sono molteplici e riesce anche difficile definirne un numero con precisione perché diversi percorsi conducono alla stessa fine come pure stessi percorsi risultano in fini differenti per via di una piccola scelta presa molto prima lungo la storia e solo apparentemente slegata dal tutto.
Quello che è certo è che il finale migliore per il protagonista coincide con il peggiore per il videogioco, e viceversa, lasciando quindi sempre l’amaro in bocca per l’impossibilità di raggiungere una completezza catartica.

È importante far presente che Bandersnatch può essere visto solo se si usufruisce della piattaforma Netflix perché le scelte che lo spettatore deve fare sono controllate da un codice che la stessa compagnia fa girare alle spalle del file video; quindi niente torrent, né ora e né mai.
E se come me non avete un abbonamento, perché viva i pirati dei sette mari, potete usufruire del primo mese gratuito… ricordatevi solo di cancellare l’iscrizione prima che comincino a scalarvi 9 fottuti euri al mese.

VOTO:
5 pirati

Black Mirror: Bandersnatch (2018) voto

Titolo turco: Kara Ayna: Bandersnatch
Regia: David Slade
Anno: 2018
Durata: dai 40 minuti alle 6 ore

A Quiet Place (2018)

Una simpatica famigliola di americani vive nel silenzio più assoluto in una sperduta fattoria facendo rare quanto ponderate scappatelle in città per rifornimenti.

Tutto sembrerebbe supporre una semplice scelta salutista, di ritorno alla natura, se non fosse per il piccolo dettaglio che la famiglia in questione vive in un mondo post-apocalittico distrutto, probabilmente in maniera irreversibile, da un misterioso drappello di mostri alieni iper-sensibili ai rumori.
Difatti, se questi mostri ti sentono parlare sottovoce o se ti cade un libro a terra, ecco che si dirigono a tutta birra verso la fonte sonora e ti sfrugugnano di mazzate riducendoti velocemente in brandelli.

E quindi:
se una creatura è iper-sensibile ai suoni, quale sarà il suo punto debole?
Come sarà possible farla fuori?

La famiglia di decerebrati ci arriverà dopo 473 giorni di ponderata riflessione.

A Quiet Place - Un posto tranquillo (2018)

Film molto anticipato da molti e molto odiato da me.

Non che sia un abominio, assolutamente; il problema risiede però in quel suo sfacciato desiderio di sedere tra i film dei grandi, i film fighetti che mascherano una tematica profonda dentro un film di genere.
Qui invece appare chiaro che siamo agli antipodi e cioè un banale film di genere che si maschera da filmetto profondo per fotterti le banconote riposte profondamente dentro le tasche.

Il problema fondamentale della pellicola, al di là di alcune sviolinate vomitevoli tra cui la turbolenta e piena d’incomprensioni relazione padre-figlia (sorda), vero e proprio fulcro della storia, oppure l’incredibile gravidanza annuale della madre che io non so che sperma ritardato abbia il padre (ne ho vedute tante da raccontar giammai una gravidanza di 384 giorni), a rovinare veramente l’opera è soprattutto la serie di regole secondo le quali il film decide di giocare e che poi infrange come nulla fosse quando la spendibilità di una scena verso il pubblico generalista lo richiede.

Roba che ad esempio i personaggi ripetono mille volte (col linguaggio dei segni) quanto sia importante mantenere un religioso silenzio per non finire sterminati nel battito d’ali d’un colibrì e dopo 10 minuti li vedi sgambettare nei campi di mais facendo un casino della Madonna perché c’è una scena di tensione e allora chi se ne frega delle regole.

VOTO
2 mais e mezzo

A Quiet Place - Un posto tranquillo (2018) voto

Titolo esteso: A Quiet Place – Un posto tranquillo
Regia: John Krasinski
Anno: 2018
Durata: 90 minuti

Jurassic World: Il regno distrutto (2018)

Isla Nublar, la cara isola al largo delle coste costaricane (senti che allitterazione) dove i dinosauri la fanno da padrone è in pericolo perché il vulcano locale è in ebollizione e si rischia di fare un bollito misto senza mostarda di questi stravaganti animali preistorici.

Ecco che allora si parte per la terza volta alla volta (senti che ripetizione) di un preannunciato incasso al botteghino miliardario, secondo solo al preannunciato mezzo pisolino che inevitabilmente interviene allo scoccare dei primi 40 minuti quando, dopo rocambolesche e tutto sommato divertenti scene di ruzzoloni giù per la montagna alla ricerca della salvezza dai lapilli, dal fumo rovente e dalla lava in un qualcosa che ricorda molto la pericolosissima gara inglese giù per la collina di Cooper contro la forma di formaggio, si assiste alla straziante e alquanto poetica scena della morte per incenerimento di un brachiosauro entrando giocoforza nella visualizzazione cinematografica di come uno sceneggiatore cerca di portare a casa il risultato citando a destra e manca il primo capitolo al quale chiaramente non riesce a giungere per mancanza di stoffa.

Ovviamente da qui in poi le cose andranno di male in peggio fino ad aprire letteralmente le porte ad un mondo antropocentrico messo sotto minaccia dal ritorno dei dinosauri i quali finiranno per arrivare a Las Vegas dove, grazie al solito teaser post-credits, verrà probabilmente ambientato il prossimo (inevitabile) capitolo.

Perché, come recitano la tag line del film e i ferventi cattolici davanti le cliniche dell’aborto, “La vita vince sempre”.

Jurassic World: Il regno distrutto (2018)
tranne quando perde

Filmetto strappa risatine con dei rarissimi momenti oggettivamente ben fatti che probabilmente intratterrà un pubblico adolescenziale senza troppe pretese, ma che certamente non ha le carte per giocare al tavolo dei grandi.

Se siete in cerca di un qualcosa senza pretese e vi capita tra le mani questo coso chiamato Jurassic World: Fallen Kingdom, dategli un’occhiata, ma state bene attenti a non alzare il mento dal petto nel quale sarete sprofondati a più riprese durante la proiezione.

Fun fact: l’Italia detiene, assieme alla semi-dittatura islamica chiamata Turchia, alla capitalista colonia americana Corea del sud e allo stato terrorista fascio-integralista chiamato Israele, il simpatico premio come paese del cazzo nel quale la pellicola è stata distribuita in versione censurata per evitare possibili divieti ai minori di 13 anni; dovessero spaventarsi nel vedere un cazzo mozzato di colpo da un raptor.

Scherzo: mica son pazzi, non ci sono cazzi (senti che rima).

VOTO:
2 cazzi e mezzo

Jurassic World: Il regno distrutto (2018) voto

Titolo originale: Jurassic World: Fallen Kingdom
Regia: Juan Antonio Bayona
Anno: 2018
Durata: 128 minuti

Il cannibale metropolitano (1992)

Il ragioniere Graham Krakowski vive una vita da mediano americano ed è felice così: la sue più grandi preoccupazioni sono trovare una villetta con giardino che non costi più di 80mila dollari, farsi promuovere per pagare la villetta che non costi più di 80mila dollari e ciularsi la smorfiosa fidanzata a distanza dentro la villetta che non costi più di 80mila dollari.

Purtroppo però, appena preso possesso della benedetta villetta sotto gli 80mila dollari, un immondo vagabondo (da cui il titolo inglese) comincia a ronzargli attorno facendolo uscire di senno e conseguentemente facendogli perdere uno ad uno tutti i capisaldi della vita di un mediano americano.

Un crescendo di misteri, rumori, messaggi minatori, roba fuori posto, merda e omicidi conducono Krakowski sull’orlo del baratro convincendolo che solo una spinta di reni mussoliniane possa portarlo di nuovo a galla.

Il cannibale metropolitano (1992)

Prodotto dalla Brooksfilm di Mel Brooks (con lo stesso regista di The Fly 2, anch’esso prodotto da Brooks), The Vagrant vive in quel triste limbo dei film che non funzionano perché troppo strani e originali per accontentare il pubblico mediano americano che poi è al centro della stramba satira di questa pellicola antiperbenista.

La storia di un cittadino mediocre che, grazie a questa sua sottomissione volontaria, vorrebbe passare dal via per incassare il suo premio di una vita senza troppe preoccupazioni è messa in scena con un’indubbia dose di umorismo dissacrante e situazioni al limite del decente; purtroppo però vedere la madre di questo miserabile impiegato stirare zampe all’aria mentre un poliziotto la prende a pugni sullo sterno per rianimarla oppure assistere ad una vogliosa cicciona vestita di rosa che insiste nel ciucciargli il cazzo dopo avergli portato una torta decorata in stile hawaiano sono elementi che non bastano a rendere una storia coesa e fruibile secondo i classici canoni narrativi occidentali e il film purtroppo si perde continuamente alla fine di ogni assurda scena senza assurgere al titolo di vera perla comica come forse avrebbe voluto.

Un peccato, perché di materiale ce n’era.

VOTO:
3 torte e mezza

Il cannibale metropolitano (1992) voto

Titolo inglese: The Vagrant
Regia: Chris Walas
Anno: 1992
Durata: 91 minuti

Scream (1996)

La provincia americana, quella delle cittadine modello con la fontana e il giardinetto e le casette signorili a due piani fatte di legno e conformismo, è lo scenario entro cui si dipana la storia di un serial killer vestito di un drappo nero e una buffa maschera bianca da 5$ che si diverte ad ammazzare brutalmente giovani liceali bianchi così da spaventare il tipico pubblico WASP che (s)popolava i multiplex durante gli anni ’90.

In questo turbine di sangue e mistero, la polizia brancola miagola nel buio mentre gli indizi cominciano stranamente a puntare verso Neill Prescott, vedovo della defunta Maureen (la quale è stata stuprata e uccisa esattamente un anno prima) e padre di Sidney (una delle possibili future vittime del serial killer con la maschera buffa da 5$).

Tra qualche genuina risata e molto sangue finto si giungerà ad un’emozionante risoluzione  finale.

Scream (1996)

Celeberrimo film dell’orrore anni ’90 che ha contribuito notevolmente al revamp di un genere che era da qualche tempo chiuso nel cassetto dei produttori hollywoodiani e grazie al quale, dopo il successo clamoroso di questa pellicola a basso costo, si è deciso di dare il via libera ad una lunga sequela di cazzatelle (tipo So cosa hai fatto l’estate scorsa) con le quali sono stato costretto a convivere durante i difficili anni liceali.

Nonostante non sia un capolavoro (e non ambisca ad esserlo), Scary Movie, come era titolato fino a pochi mesi prima della distribuzione, è entrato di prepotenza nell’immaginario horror mondiale col suo mix riuscito di ironia e spaventi e a tutt’oggi funziona molto bene per un pubblico che vi si approcci senza spoilers e pregiudizi di sorta.

Lo sceneggiatore Kevin Williamson, che poi è lo stesso che ha creato Dawson’s Creek, non fa segreto della sua grande passione per il genere horror infilando un po’ ovunque citazioni e vere e proprie discussioni sui capisaldi del filone slasher come Halloween e Friday the 13th e questo suo approccio meta-cinematografico piazza Scream molti gradini sopra ad altri validi film con gli adolescenti denudati e squartati.

VOTO:
4 adolescenti desnudi

Scream (1996) voto

Titolo esteso pietoso: Scream – chi urla muore
Regia: Wes Craven
Anno: 1996
Durata: 111 minuti

Schegge di paura (1996)

Un arcivescovo porcellone viene brutalmente assassinato e un chierichetto (o “ministrante” per i più edotti) diciannovenne completamente coperto del suo sangue viene bloccato mentre cerca di fuggire a gambe levate.

Sarà compito di Richard Gere, qui nei panni di un rude avvocato da rotocalco, convincere la giuria dell’innocenza del suo assistito nonostante tutte le prove convergano verso un chiaro verdetto di colpevolezza.

Schegge di paura (1996)
dio camaia de dio

Classico film giudiziario con colpi di scena leggermente telefonati e gente che parla con dialoghi un po’ datati che però, ciononostante, rimane ampiamente godibile anche e soprattutto per le buone recitazioni tra cui spicca chiaramente un Edward Norton, qui al suo esordio cinematografico, nei panni del chierichetto più frignone della storia.

Non un film per tutti, specialmente i più giovani; lo consiglio a tua madre.

VOTO:
3 ministranti e mezzo

Schegge di paura (1996) voto

Titolo originale: Primal Fear
Regia: Gregory Hoblit
Anno: 1996
Durata: 129 minuti

Perfect Blue (1997)

Il Giappone del 1997 è una terra apparentemente colma di pietosi maschi infantili che salivano copiosamente per ragazzine perinealmente imberbi che parlano e si atteggiano da minorenni cerca guai mentre sfoggiano dei seni degni di Moira Orfei.

3 di queste giovani incarnazioni di una società profondamente patriarcale e piramidale con un chiaro problema di apertura sessuale formano un gruppetto musicale j-pop chiamato CHAM! e riscuotono un successo compreso tra il 3 e il 5, su una scala da 1 a 10.
Sarà perché l’era dei gruppetti pop costruiti a tavolino è un po’ in declino, sarà perché dio le vuole punire per il fatto d’essere femmine, le CHAM! rischiano l’estinzione e quindi, prima che la nave affondi, una delle componenti si allontana con l’ultima scialuppa per seguire le orme di chiunque abbia frequentato “Il Grande Fratello”, diventare un’attrice.

Mima Kirigoe, questo il nome della giovane traditrice, entra nel cast di una serie tv investigativa dal contenuto un po’ violento e un po’ zozzone che, grazie a delle scene sempre più spinte, dovrebbe farla trasformare da ragazzina perinealmente imberbe a donna perinealmente imberbe.
Purtroppo questa sua metamorfosi a luci rosse non viene presa molto bene da qualcuno che prima apre una pagina web dove, fingendosi lei, descrive minuziosamente la giornata di Mima lamentandosi delle pressioni che riceve da chi la circonda, poi le manda delle simpatiche lettere esplosive ed infine comincia a fare fuori in maniera parecchio sanguinolenta quelli che coadiuvano l’aspirante attrice nella sua trasformazione dal gusto retro amaro.

Questo turbine di eventi, emozioni e spaventi faranno precipitare la povera Mima dentro un turbine di follia incontrollabile che non le farà più distinguere la realtà dalla fantasia mentre il pubblico comincerà a domandarsi se si è ricordato di cancellare la cronologia del browser web.

Perfect Blue (1997)
search: naked girl +blood -dress

Esordio alla regia per un autore nipponico che conoscevo solo di sfuggita, del quale non avevo ancora visto nulla e che, dopo questa fulminante visione, posso promuovere a pieni voti.

L’animazione è a livelli molto alti e lascia anche un po’ di nostalgia nel cuore per quel sapore analogico pre-computer di sfondi dipinti a mano che si va un po’ perdendo in questi tempi di dominazione digitale.
L’onirica storia, anche se molto intrigante ed adatta ad un pubblico esclusivamente maturo, lascia un filino giù per via della cultura giapponese che a me sta un po’ sui coglioni per come suddivide le persone in categorie fisse e fortemente gerarchizzate.
D’altra parte però questo è un difetto che non è imputabile ai realizzatori, ma che al più rafforza la narrazione di una realtà artefatta e falsa come Daniela Santanchè.

Consigliatissimo.

VOTO:
4 Daniela Santanchè e mezza

Perfect Blue (1997) voto

Titolo originale: パーフェクトブル – Pâfekuto burû
Regia: Satoshi Kon
Anno: 1997
Durata: 81 minuti