The Boys: 1° stagione (2019)

In un presente parallelo alternativo distopico, la gente con i poteri sovrannaturali esiste davvero e la macchina capitalista della Vought Corporation picchia forte la gran cassa mediatica per pompare a bestia questi suoi “prodotti” che poi rivende al miglior offerente sul mercato.
Una città col tasso di criminalità alto ha bisogno di una ripulita?
Non c’è problema, la Vought Corporation può cedere in prestito per 3 anni l’uomo balena alla modica cifra di 300 milioni di dollari.

Sembra tutto facile, tutto perfetto, tutto come in un film… e invece la realtà delle cose è ben diversa da come sembri: i supereroi sono persone come tutte noi, con i difetti e le manie di grandezza tipiche dell’essere umano (ma con la preoccupante particolarità di avere a disposizione poteri difficilmente soggiogabili) e i soldi comandano tutto e tutti, da chi ti masturba a chi ti scazzotta la faccia fino a ridurla un colabrodo.

The Boys: 1° stagione (2019)

Interessanti idee, ma svolgimento meno di quello che ci si aspetterebbe da una satira graffiante dell’empia commistione tra corporativismo, fervore religioso e civiltà dei mass media.

Se da una parte infatti il mettere in mostra l’indegno comportamento dei supereroi che si drogano, stuprano, rubano, ignorano, uccidono e vai col tango è certamente la direzione giusta, fa male poi vedere come si cerchi di raddrizzare la torre ficcandoci la supereroina pura d’animo e progressista così che non si possa poi criticare tout court il concetto della cessione della sicurezza ad una corporazione privata o, in maniera ancora più generale, opporsi all’innalzamento di taluni esseri umani sopra altri per presunti meriti psico-fisici.

Sarebbe come voler innalzare piedistalli sotto i piedi di Giovanni Floris solo perché ha il quoziente intellettivo più alto in Italia… o almeno, questo è quello che va dicendo nei bagni della stazione di Novara quando, dopo la mezzanotte, va a vendere il proprio orifizio anale per poche decine d’euro ai ferventi camionisti polacchi fra i quali il suo deretano è leggenda.

VOTO:
3 polacchi

The Boys: 1° stagione (2019) voto

Titolo: The Boys
Creatore: Eric Kripke
Stagione: prima
Anno: 2019
Durata: 8 episodi da 1 ora

TOP 3 – I ragazzi della 3ª C: 3° stagione (1989)

Si concludono le sanguinose battaglie per le terre dell’hinterland milanese con la vittoria schiacciante dell’oblio che riesce ad imporre una pace romana fagocitante i ricordi e le memorie di un intero popolo ipnotizzato per 3 anni dalla serie culto in questione.

Dopo aver esplorato un po’ tutto lo scibile umano, gli sceneggiatori non riescono a risultare smaltati come all’inizio e i soliti teatrini di battibecchi tra i caratteristi che compongono l’allegra combriccola di 40enni che si fingono 20enni, anche se tutt’oggi resta 70 spanne sopra il 99% di quello che passa in televisione, vengono purtroppo un pochino a noia.

Non mancano comunque i momenti cult come quando Tisini, contravvenendo alle reprimende dell’abate francese Oddone di Cluny, prende un pesce vivo, se lo introduce nel sesso fino a che non muore, lo cuoce e lo dà da mangiare a Chicco come filtro d’amore.

Ma bando alle ciance; ecco la Top 3!

Episodio 6 – La sfilata

TOP 3 – I ragazzi della 3ª C: 3° stagione (1989) 1

La figlia di papà, figlia degli anni ’80, figlia di miniera Sharon Zampetti vuole fare la stilista d’alta moda come i suoi idoli Valentino e Armani.

Siccome però non è un uomo frocio, Sharon deve fare affidamento unicamente sul suo (inesistente) talento grafico e gli amici di sempre, i ragazzi della terza C, che si mettono in moto per organizzare una bella sfilata nel corridoio dell’appartamento dove vivono, reclutando come modelle Chicco e Massimo travestiti da donne.

Sfortunatamente è il 1989 e la moda dei travelli non è ancora arrivata in Italia, quindi Massimo riuscirà a rimorchiare solo il suo vecchio professore d’Italiano che finanzierà la sfilata, salvando i ragazzi dai cravattari usurai, in cambio di una schiacciatina fiki fiki birim bam bam.

La frase:

Come l’acqua al ruscello, come la pubblicità a Berlusconi.

Episodio 7 –Il baby

TOP 3 – I ragazzi della 3ª C: 3° stagione (1989) 2

I nostri prodi virgulti vogliono la grana e pensano, come l’Anonima Sarda, che i soldi stanno nel business dei bambini.

A differenza però dei rapitori isolani, i ragazzi della terza C s’improvvisano babysitters finendo col concentrarsi su un ragazzino in particolare, figlio di gente coi piccioli, che purtroppo è un treno in corsa senza freni molto difficile da gestire.

Fortunatamente Bruno riuscirà a conquistare il suo piccolo cuore portandoselo a villa Borghese, dove lo priverà della pesante verginità anale.

La frase:

Mio papà mi ha detto che qualche volta la mamma morde.

Episodio 11 – Dieci anni dopo

TOP 3 – I ragazzi della 3ª C: 3° stagione (1989) 3

Nell’ultimo episodio della serie, a farci da Cicerone abbiamo il cicciotto Bruno Sacchi che vive l’incubo di risvegliarsi dopo 10 anni di lungo sonno per trovare i suoi compagni di scuola invecchiati e cambiati nell’animo.
Tra chi è diventato padre e chi è diventato frocio, Bruno non riconosce più i suoi vecchi amici e vive con profondo senso d’angoscia questo spaesamento temporale inaspettato.

Poi però si risveglia dall’incubo e tutto torna come prima nei fantastici anni Berlusconiani: feste, musica, alcool, vandalismo urbano, cocaina, mignotte, sacrifici umani e fiocchi d’avena per colazione.

Da segnalare, Bruno Sacchi che conclude la stagione con un sorriso alla telecamera ed un candido:
“Avete capito ragazzi? Forse l’anno prossimo ci rivediamo qua!”

…e il telefilm fu cancellato per sempre.

La frase:

A Bruno, c’hai vent’anni; sei del 1969!

Titolo: I ragazzi della terza C
Regia: Claudio Risi
Stagione: terza
Anno
: 1989

Durata: 11 episodi da 45 minuti

Living with Michael Jackson (2003)

Per 8 mesi il giornalista britannico Martin Bashir ha seguito Michael Jackson in giro per il mondo armato di camera e faccia da culo.
Il risultato è stato questo piccolo documentario, dallo stile candido e dal contenuto abominevole (come Michael Jackson), che nei primi anni 2000 mi fece scoprire le follie dietro la figura mitica della pop star più famosa del pianeta.

L’infanzia negata, gli estenuanti tour, i fratelli che si portavano le fan in stanza d’albergo, la cinghiamattanza del padre, gli insulti e la vergogna per l’acne adolescenziale hanno segnato indelebilmente un bambino dalle incredibili doti artistiche e dall’animo forse troppo docile per sopportare la gabbia da leoni che è lo show business.
E crescendo, questo suo rigurgito d’infantilismo negato l’ha spinto a rinchiudersi nel suo grande ranch californiano circondato da giochi, uno scimpanzé chiamato Bubbles, un luna park, animali da zoo, suppellettili kitsch degne del più frocio di Los Angeles e uno stormo di bambini che periodicamente venivano a visitare una sorta di Disneyland drogata e rifatta, empia baldracca riflessa di un uomo che non accettava il corso naturale del tempo.

Indi, se siete in cerca di un viatico per il viaggio esplorativo delle chiappe più invereconde che l’occidente abbia mai visto, siete i ben serviti.

VOTO:
3 Bubbles e mezzo

Living with Michael Jackson (2003) voto

Titolo completo: Living with Michael Jackson: A Tonight Special
Regia: Julie Shaw
Anno: 2003
Durata: 110minuti

TOP 3 – I ragazzi della 3ª C: 2° stagione (1988)

Inauguro, con questa seconda stagione dell’esperimento di controllo mentale targato Fininvest, la TOP 3 di un Film una Recensione; una sezione nella quale elenco brevemente i 3 migliori o peggiori episodi tv… o qualsiasi altra stramba cosa mi venga in mente per fottervi il cervello.

Episodio 6 – Corso di sopravvivenza

Siccome le ragazze della 3ª C si fanno venire i conati di godimento vaginale guardando i bei fusti delle riviste per sole donne, i compagni di classe decidono di partecipare ad un corso di sopravvivenza stile campo di concentramento nazista nel quale ci sarà ovviamente anche il prigioniero ossobuco che tenterà con ogni mezzo di farsi inculare dal rosso proletario, e quindi comunista, Bruno Sacchi.
Alla fine, grazie all’aiuto di un gruppo di giovani scout capitanati da Elias e Tisini in versione pornostar, i nostri liceali faranno una fuga per la vittoria.

La frase:

Ci penso io ad aggiustarti, mio ricciolone cicciolone.

Episodio 10 – Scuola guida

Bruno si stufa di svegliarsi all’alba per prendere il treno in tempo per l’entrata a scuola e si fa convincere dai superficiali compagni di classe a prendere la patente per venire in macchina, proprio come il più perfetto delle teste di cazzo.
Passato però l’esame per il rotto della cuffia, si ritroverà con una vecchissima Fiat 500 che nel 1988, a differenza dei contemporanei tempi hipster, è considerata una vecchia macchina di merda.
Dopo aver capito l’insensatezza di spostare un ammasso di ferro per traslare la propria posizione nello spazio, il giovani Sacchi inforcherà infine una bici con l’idea di perdere 20 chili, fallendo miseramente.

La frase:

Ci faremo quattro risate quando le loro auto ci porteranno al disastro ecologico, mentre noi con le nostre biciclette sfideremo il vento, il sole, la fatica, i gas, il traffico, i pericoli, la morte.

Episodio 11 – Gli esami di maturità

Dopo aver frequentato per due volte l’ultimo anno di liceo per pure ragioni d’auditel, i ragazzi della 3ª C affrontano il temutissimo esame di maturità; quella tragica e spaventosa soglia da superare per passare d’un sol colpo dalla fase anale a quella adulta.
Verranno tutti clamorosamente promossi tranne Tisini, l’unica che se lo meritava; probabilmente per sottolineare quanto in una società votata al consumismo e all’arroganza individualista non sia tanto importante essere, ma apparire.

La frase:

E’ quasi come il David di culatello.
Eh eh, culatello mi esalta. La parola culatello mi esalta!

Titolo: I ragazzi della terza C
Regia: Claudio Risi
Stagione: seconda
Anno
: 1988

Durata: 11 episodi da 45 minuti

Fyre (2019)

La vita è fatta di soldi, birra, cocaina, isole caraibiche, Sole, musica demmerda e tanta, ma tanta fregna.

O almeno: questo è quello che pensa il cittadino medio, sia esso italiano o americano; un essere tanto insulso quanto in realtà fondamentale al sostentamento di una società fortemente piramidale alla base della quale serve una moltitudine di persone indecentemente idiote sempre pronte a farsi carico della maggioranza del lavoro necessario al sostentamento dei pochi elevati i quali se ne fottono al cazzo dei soldi, della birra, della cocaina, delle isole caraibiche, del Sole, della musica demmerda e della fregna.

Perché comandare è meglio che fottere.

Tutto questo bel concetto mi è servito per introdurre quello che viene messo in scena in codesto documentario sul Fyre Festival del 2017.
Un evento super esclusivo e super costoso su un’isola delle Bahamas che ha finito per non avvenire mai, tra la confusione di chi aveva sborsato migliaia di dollari per andare a vedere i cazzo di blink-182 e chi i soldi se li è intascati senza riuscire a mettere in piedi la baracca.

Fyre (2019)

Interessante piccolo documentario su un qualcosa che non poteva fregarmene di meno, un concertone per fighetti del cazzo senza cervello organizzato da un paio di truffatori col sorriso falso stampato sulle labbra, e che invece mi ha tenuto abbastanza interessato per tutta la sua durata.
Questo a dimostrazione del fatto che a volte non importa tanto il cosa, ma come lo si racconta.

Consigliato a chi vuole apparire intellettuale guardando un documentario nel quale però si vedono molte sbarbatelle con dei fisici mozzafiato che tu ti domandi cosa ci voglia per averne una così e poi ti rispondi subito con il passepartout della vita: i sordi.

VOTO:
3 intellettuali e mezzo

Fyre (2019) voto

Titolo completo: Fyre: The Greatest Party That Never Happened
Regia: Chris Smith
Anno: 2019
Durata: 97 minuti

I ragazzi della 3ª C: 1° stagione (1987)

Chicco Lazzaretti, Bruno Sacchi, Massimo Conti, Sharon Zampetti, Daniele Rutelli, Rossella Schnell, Benedetta Valentini, Elias e Tisini.

Se questi nomi non vi dicono nulla vuol dire che siete all’oscuro di uno dei progetti di controllo mentale più riusciti che la storia conosca, un telefilm anni ’80 talmente rivoluzionario nel suo approccio psicologico al telespettatore che dovrebbe essere studiato per decenni in tutte le università italiane, un eccezionale unicum nel panorama televisivo dell’epoca che, visto con gli occhi di oggi, permette uno studio approfondito di una cultura sul crinale di una montagna, una comunità di persone che si apprestava ad abbandonare un solido e tronfio provincialismo fatto di sorridenti camerieri negri e bar dello sport; un gretto provincialismo che l’aveva resa una potenza mondiale e che venne abbandonato per abbracciare invece il treno della globalizzazione… prendendolo in piena fronte e finendo con lo sgretolarsi in piccolissimi frammenti atomici dispersi al vento dell’anima de li mortacci vostra.

I ragazzi della 3ª C: 1° stagione (1987)
quando le cabine telefoniche arrivavano in orario!

Questo e molto altro è I ragazzi della 3ª C; un divertente telefilm intriso fino all’osso del più puro berlusconismo, nel bene e nel male, che narra le vicende di un gruppo di studenti dell’immaginario liceo Leopardi di Roma, un drappello di moderni eroi molto eterogeneo nel quale regna il macchiettismo come unico dio, la caricatura come ragione di vita e la pernacchia come spirito santo.

Effervescente, recitato da dio, scritto per un pubblico di massa ma pieno di humour, girato come fosse un film piuttosto che un piatto prodotto televisivo e con delle storie certamente semplici ma mai inutili, questo “coso” a basso costo compete (e vince) qualsiasi confronto con mostri sacri tipo Friends o The Big Bang Theory.

Molti, nati prima della discesa in campo di Silvio Berlusconi, l’avranno visto in TV a salti e bocconi e ne conserveranno un ricordo maldestro e inopportuno; rivisto invece con gli occhi di oggi si rivela nella sua forma più pura, ovvero quella di stele di Rosetta grazie alla quale diventa magicamente possibile decifrare la nostra realtà contemporanea, empia figlia pregna del pus di ciò che l’ha preceduta.

Un must.

VOTO:
3 camerieri e mezzo

I ragazzi della 3ª C: 1° stagione (1987) voto

Titolo: I ragazzi della terza C
Regia: Claudio Risi
Stagione: prima
Anno
: 1987

Durata: 11 episodi da 45 minuti

Evil Genius: la vera storia della rapina più diabolica d’America (2018)

Il pomeriggio del 28 agosto 2003, il 46enne Brian Douglas Wells entrò nella PNC Bank di Erie, Pennsylvania, chiedendo 250mila dollari in contanti.
In mano stringeva una pistola camuffata da bastone e al collo aveva attaccato uno strano congegno metallico.

Uscito dalla banca con 8.702 dollari e fermato dalla polizia dopo neanche 5 minuti di fuga, il signor Wells si arrese immediatamente dichiarando che la rapina gli era stata imposta con la forza dagli stessi criminali che gli avevano attaccato al collo una bomba fatta in casa che sarebbe esplosa se non avesse seguito minuziosamente le istruzioni ricevute.

Purtroppo per Brian, di professione fattorino di pizze che nella mano stringeva un fucile/bastone, la vita finiva quel giorno e non ci sarebbe stato ritorno… perché dopo neanche un’oretta dall’innesco, e meno di mezz’ora dopo la rapina, la bomba esplose aprendogli un buon buco un petto e portandolo alla morte nel giro di pochi minuti.

Ora, passata la confusione dettata dall’assurdità dell’intera vicenda, restava da capire cosa diavolo fosse successo prima che Brian Wells diventasse suo malgrado un rapinatore di banche, chi lo avesse costretto a compiere quel gesto estremo, chi gli avesse bloccato con una tenaglia al collo la bomba che lo ha mandato all’altro mondo, insomma: chi diavolo avesse architettato una delle più folli e diaboliche rapine mai realizzate.

Evil Genius: la vera storia della rapina più diabolica d'America (2018)

Avete presente quei filmati molto gustosi dove si vede la gente morire?

Sì, quelli che vai a cercare digitando cose tipo “live death”, “snuff films” o “le migliori encicliche di papa francesco” su Google sperando che esca fuori qualche risultato sostanzioso e invece 9 volte su 10 è un sito porno che chiudi subito perché non t’interessa mischiare sesso e morte.
Non t’interessa prima delle 10 di sera intendo.

Ecco, il filmato “pizza bomber” è uno di quelli che ricorrono più spesso in queste strambe ricerche post-rotten.com e oggi, grazie a questo esaustivo e coraggioso documentario, possiamo finalmente soddisfare la curiosità che ci è salita più volte nel voler conoscere i retroscena di questo mistero che abbiamo sempre osservato completamente decontestualizzato.

Seguendo l’intrigante narrazione che si distende placida lungo le quasi 4 ore di documentario e soprattutto esplorando una delle vicende più bizzarre mai verificatesi su suolo americano mano nella mano con una pazza sciroccata bipolare chiamata Marjorie Diehl-Armstrong, principale indiziata come diabolica ideatrice del diabolico piano in questione, è una bella esperienza che consiglio a chiunque abbia un diabolico debole per le diaboliche encicliche di Papa Francesco.

VOTO:
3 encicliche e mezza

Evil Genius- la vera storia della rapina più diabolica d'America (2018) voto

Titolo originale: Evil Genius: The True Story of America’s Most Diabolical Bank Heist
Regia: Barbara Schroeder, Trey Borzillieri
Anno: 2018
Durata: 4 episodi da 50 minuti

Natale a 5 stelle (2018)

Si è formato il governo giallo-verde ed a capo del carrozzone è stato messo il premier Franco Rispoli; un ex commercialista col curriculum truccato e col pallino per la fregna.

Durante un viaggio di rappresentanza a Budapest, il premier Rispoli col pallino per la fregna si mette nei guai grossi finendo in mezzo ad un intreccio rosso-bruno che non ha nulla a che vedere con le idiozie complottiste di certa stampa borghese che vede dilagare in Europa patti d’acciaio tra comunisti e fascisti, ma è piuttosto la giusta crasi tra rosso-piccante-sesso e nero-cupo-morte tanto cara al cadavere sotterrato marcio putrido mangiato dai vermi di Carlo Vanzina maledetto cane stuprato stupratore del cinema italiano.
Hai finito di massacrare la commedia all’italiana, morto.

Tra una focosa Maria Elena Boschi in mutande e reggiseno, un cameriere ivo avido di soldi, un portaborse di Guidonia ex comunista poi grillino e ora senza identità se non quella del posto di lavoro statale e una giovane badante ungherese interpretata da una fotomodella che neanche se mi dai un milione di euro posso credere abbia pulito il culo ai vecchi, ne succederanno di ogni dove e come e perché io mi sono visto questa cacata?

Natale a 5 stelle (2018)

Ma quando sul piatto hai Massimo Ghini, Martina Stella, Biagio Izzo, Riccardo Rossi, Paola Minaccioni, Ricky Memphis e i Vanzina che tentano di destreggiarsi dentro una commedia teatrale degli equivoci che vorrebbe mettere alla berlina la politica italiana e in particolare il Movimento 5 Stelle, puoi aspettarti qualcosa di diverso da un capolavoro assoluto?

Ebbene sì, puoi.
Perché questo film, nonostante una realizzazione tecnica decente ed alcune inaspettate buone interpretazioni tra le quali spicca in maniera incredibile proprio Martina Stella in mutande e reggiseno, è striminzito sia nella portata che nelle intenzioni, esattamente come striminziti sono i cervelli di quei borghesi che continuano a sciorinare luoghi comuni su frottole con contorno di cazzate per dare contro il M5S tirando ancora fuori la balla del curriculum del primo ministro Conte e facendo della facile ironia sulla sacrosanta pretesa di esigere nel prossimo l’onestà rivoltandone il significato in un vessillo para-mutande di politicanti piccoli piccoli.

Ma guardate che il film si chiamava “Un borghese piccolo piccolo”.

VOTO:
2 borghesi medi

Natale a 5 stelle (2018) voto

Titolo spagnolo: Navidad 5 estrellas
Regia: Marco Risi
Anno: 2018
Durata: 92 minuti

Black Mirror: Bandersnatch (2018)

Nel lontano 1984, il 19enne Stefan Butler sta programmando Bandersnatch, un’avventura grafica a finali multipli basata sull’omonimo librone scritto dal leggendario Jerome F. Davies, uno che divenne matto durante la stesura del mattone in questione e fece a pezzi la moglie credendo fosse coinvolta in un elaborato piano per togliergli il libero arbitrio.

Contattata la Tuckersoft, una software house in forte espansione che può vantare nella sua scuderia Colin Ritman, uno dei migliori giovani game designer sul mercato, il nostro Butler ha pochi mesi per finire il codice e rendere possibile l’uscita del videogioco nella finestra vendite natalizia.
Ma messo sotto pressione dalla scadenza, dalla complessità del progetto e dalla continua sensazione che ogni sua decisione sia influenzata da un’ignota forza esterna, il giovane programmatore s’infilerà sempre più nel buco del bianconiglio rivelando uno spaventoso mondo composto di realtà parallele che s’intrecciano e dividono in un fiume di percorsi di vita.

Black Mirror: Bandersnatch (2018)

Fantastico esperimento di film interattivo per Netflix e capolavoro assoluto di scrittura (meta)cinematografica che farebbe invidia al migliore David Lynch o al più strafatto Philip Dick.

Parliamo della parte più interessante e cioè il funzionamento: lo spettatore viene presentato ogni tanto con una scelta cliccabile tra due opzioni per far sì che la storia prosegua verso questa o quell’altra strada, ricalcando quindi la natura stessa del gioco che il protagonista sta scrivendo, ed elevando immediatamente l’opera a un livello superiore sfondando con un calcio il genere meta-cinematografico (cioè il cinema che parla di se stesso) e con una spallata la metafisica dichiarando apertamente che non esiste una realtà, né tantomeno una realtà perfetta, ma solo una serie di tracciati binari che, permettendone la ripercorribilità, relativizzano il concetto stesso di esistenza e, ribaltando il sillogismo ontologico cartesiano sull’esistenza di Dio, l’imperfezione della realtà data la non esistenza della stessa.

Qui si dichiara guerra aperta all’illusione del libero arbitrio, sia per Stefan che vive teleguidato dalle decisioni di chi lo guarda e sia per le decisioni di chi lo guarda che risultano essere spesso e volentieri una falsa scelta volta unicamente a dare l’impressione che lo spettatore sia al comando (come spiega Stefan stesso a proposito del suo videogioco in uno dei finali possibili); quello che conta invece è il contributo relativo del singolo segmento al traguardo finale che si raggiunge… e però anche il traguardo finale può essere ricusato saltando a piè pari ad un bivio precedente e ricominciando con un’altra prospettiva.

I finali sono molteplici e riesce anche difficile definirne un numero con precisione perché diversi percorsi conducono alla stessa fine come pure stessi percorsi risultano in fini differenti per via di una piccola scelta presa molto prima lungo la storia e solo apparentemente slegata dal tutto.
Quello che è certo è che il finale migliore per il protagonista coincide con il peggiore per il videogioco, e viceversa, lasciando quindi sempre l’amaro in bocca per l’impossibilità di raggiungere una completezza catartica.

È importante far presente che Bandersnatch può essere visto solo se si usufruisce della piattaforma Netflix perché le scelte che lo spettatore deve fare sono controllate da un codice che la stessa compagnia fa girare alle spalle del file video; quindi niente torrent, né ora e né mai.
E se come me non avete un abbonamento, perché viva i pirati dei sette mari, potete usufruire del primo mese gratuito… ricordatevi solo di cancellare l’iscrizione prima che comincino a scalarvi 9 fottuti euri al mese.

VOTO:
5 pirati

Black Mirror: Bandersnatch (2018) voto

Titolo turco: Kara Ayna: Bandersnatch
Regia: David Slade
Anno: 2018
Durata: dai 40 minuti alle 6 ore

DuckTales – Avventure di paperi (1987-1990)

Paperino si arruola nella marina americana, dando finalmente un senso al suo vestito e tacendo al contempo tutte quelle voci che lo davano frocio perso, e decide di lasciare i nipoti Qui Quo e Qua allo zio Paperone, un disgustoso capitalista ricco sfondato con una fissa incredibile per l’oro.

Circondato da questa nuova e giovane linfa vitale che suggia con frequenti visite notturne al cloroformio, zio Paperone si lancia in incredibili ed entusiasmanti avventure dando sfogo ai suoi istinti più bassi quali avarizia, ingordigia, cupidigia e generando parallelamente un’incredibile mestizia nel giovane spettatore che si ritrova catapultato dentro un mondo distopico che premia i miliardari e il loro storto modo di vedere la realtà delle cose terrene.

A far da contraltare alla “giustizia” finanziaria di zio Paperone, abbiamo comparsate a rotazione delle classi più povere e minoranze etniche varie.

DuckTales - Avventure di paperi (1987-1990)

E’ stato veramente un colpo al cuore rivedere questo vecchio cartone animato dopo una vita d’oblio; un cartone molto goduto da bambino, quando le difese intellettuali erano meno forti lasciando il giovane me completamente in balia di questo lavaggio del cervello fatto pure male (nonostante qualcuno continui a lodare l’animazione per essere svariati gradini sopra la media dell’epoca), e un cartone molto disprezzato ora che ne riesco a cogliere ogni mostruosa sfaccettatura il cui fine ultimo è deturpare la natura umana di solidarietà per tramutarla nel sogno bagnato americano del “cane mangia cane”.

Io che sono cresciuto con la versione italiana di zio Paperone, ho potuto godere di un punto di vista molto nostrano sulla spinosa questione dell’avarizia del vecchio taccagno capitalista: numerose sono state infatti le occasioni in cui il vecchio ne usciva completamente demolito nella sua patetica arroganza pecuniaria e altrettante volte la povertà di Paperino, lasciato senza un soldo dall’avido zio, era sinonimo di nobiltà d’animo.
Qui invece avviene una graduale normalizzazione del comportamento patologico di un vecchio papero che non riesce a pensare altro che al vil denaro; la percezione negativa dello spettatore verso zio Paperone viene infatti via via scalfita a colpi di gesti eroici ed affetto verso i piccoli nipoti che vengono emotivamente elevati al di sopra la montagna di denaro accumulato in anni di arraffamento monetario, quando invece sappiamo tutti che il vecchio Scrooge McDuck venderebbe Qui Quo e Qua ad una banda di pedofili tedeschi se questi gli offrissero una valida contropartita in dollari.

Da evitare come la peste quindi, sia se siete alla ricerca del tempo perduto (e della famosissima sigla iniziale cantata da Jeff Pescetto) e sia soprattutto se volete far vedere un cartone animato con protagonisti dei paperi ai vostri piccoli pargoli.
Optate invece per quella piccola serie giappo-olandese (contemporanea a DuckTales) che in Italia è stata titolata Niente paura, c’è Alfred!; un ottimo cartone che affronta con intelligenza temi importanti quali il razzismo, la lotta al capitalismo, il nazismo, la perdita dei genitori, la nascita della democrazia, l’ecologia e l’amore verso il prossimo tuo.

Una bella serie con una sigla che recitava allegramente dei bellissimi versi positivisti che tutt’oggi riecheggiano sonanti nella mia mente altrimenti devastata da una moltitudine di schiaffi sociali che questo mondo mi ha costretto a sopportare in silenzio:

L’amicizia sempre risplenderà,
la giustizia tutto illuminerà,
tutto quanto migliore sarà,
se c’è Alfred, proprio Alfred.
Porta ovunque la felicità
e una mano a tutti quanti lui dà;
è un amico per voi, è un amico per noi,
siamo tutti amici suoi.

Niente paura, c’è sempre un Alfred per ogni bambino,
niente paura, c’è sempre un Alfred che insegna il cammino.
Niente paura, niente paura c’è un Alfred per tutti noi.

VOTO:
2 Alfred J. Kwak

DuckTales - Avventure di paperi (1987-1990) voto

Titolo originale: DuckTales
Creatore: Jymn Magon
Anno: 1987-1990
Durata: 100 episodi da 23 minuti divisi in 4 stagioni

Star Trek: 1° stagione (1966)

Riassumere in due parole il contenuto di una serie televisiva non è sempre una cosa scontata e a volte mi trovo col difficile compito di dover bilanciare l’elencazione degli elementi narrativi con la mania (tutta moderna) di non dover spoilerare delle trame che definire buffe sarebbe un complimento; fortunatamente questa volta viene in soccorso la serie stessa con il famosissimo incipit che accompagnava ogni singolo cristo d’episodio:

Spazio, ultima frontiera.
Eccovi i viaggi dell’astronave Enterprise durante la sua missione quinquennale, diretta all’esplorazione di nuovi mondi, alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà… fino ad arrivare laddove nessun uomo è mai giunto prima.

A questo breve ma pregno riassunto si può aggiungere la variegata composizione dell’affiatato equipaggio della nave stellare USS Enterprise: il capitano James Tiberius Kirk, un uomo dal parrucchino prominente che non vede l’ora di tirare fuori la sua ferrea morale e il suo fascino sessuale (non necessariamente in quest’ordine); il comandante Spock, un alieno del pianeta Vulcano privo dell’emotività umana che agisce solo ed unicamente seguendo la logica (e la paga mensile dell’esercito); il dottor Leonard “Bones” McCoy, un medico incapace di usare un defibrillatore ma sempre pronto a spalmare di silicone un’ameba aliena ferita; l’ingegnere Montgomery “Scotty” Scott, l’integerrimo ripara motori che parla come se avesse sempre 400 lire in bocca che non vuole farsi scappare; il luogotenente Sulu, il gayo asiatico alla cloche direzionale dell’Enterprise; l’ufficiale alle comunicazioni Uhura, probabilmente la prima nera ad entrare in un telefilm con un ruolo che non fosse la serva che ramazza la stanza e sicuramente la prima a mostrare in prima serata le chiappe che spuntano dalla mini gonna; e poi un numero imprecisato di gente vestita di sfavillanti colori che ad ogni puntata vengono giù come mosche senza che a nessuno freghi una beneamata minchia.

Star Trek: 1° stagione (1966)

Recensire la serie TV culto per eccellenza non è cosa facile; primo perché a difenderla a spada tratta ci sono i più ostinati bambinadulti che la Terra abbia mai visto e secondo perché il tutto va chiaramente contestualizzato nella sua epoca… che non è tra 200 anni, ma nei puritani e ignoranti fine anni ’60 pre rivoluzione cultural-giovanile.

Anni durante i quali destava un certo sconcerto vedere uomini e donne di tutte le razze convivere e lavorare pacificamente senza un esplicito ordine gerarchico dettato dal colore della pelle o dal tipo di genitali tra le gambe.
Chiaramente qualche battuta verso il gentil sesso e i suoi stereotipi scappava ancora e le gonne erano più corte della distanza tra il cuore e il buco del culo dei nani, ma guardando la serie si può respirare una stranissima aria di parità che cozzava tremendamente con la segregazione razziale che regnava ancora in certi stati americani e la concezione che la donna fosse buona solo per 3 cose: lavare, stirare e chiavare (non necessariamente in quest’ordine).

Ogni episodio è a sé stante e autoconclusivo, nonostante la serie segua un generale senso unico volto all’esplorazione delle parti sconosciute della nostra galassia, e la trama tende ad essere più o meno sempre la stessa, una volta che la si stringe all’osso: l’Enterprise giunge in un luogo nuovo dove è avvenuto o sta per avvenire un fatto misterioso che può mettere a repentaglio la vita dell’equipaggio, di un pianeta o addirittura dell’intero universo (non necessariamente in quest’ordine) e sarà compito di uno o più membri della ciurma risolvere brillantemente l’intreccio interferendo il meno possibile col naturale corso degli eventi, una direttiva imperativa per la Federazione dei pianeti uniti.

Certo, va anche detto che lungo i 30 episodi della prima stagione Kirk e i suoi uomini vengono a contatto con più roba strana che se fossero in un bordello di Amburgo: rigurgiti cerebrali, papponi stellari, androidi, semidei pacifisti, antimateria, bambini centenari, penitenziari col lavaggio del cervello, alter ego diabolici, rettiliani, viaggi del tempo, computer che governano interi pianeti, superuomini e una serie più e meno infelice di costumi alieni che lasciano col sorriso beffardo in bocca.

Ma la cosa più triste che tocca segnalare è però la parabola fracassata di Jeffrey Hunter, l’attore che interpretò il capitano Christopher Pike nell’episodio pilota “The Cage” prima che il capitano Kirk entrasse in scena.

Subito dopo aver rifiutato di continuare a lavorare in Star Trek per darsi completamente al cinema e finito in relativa miseria con la definitiva chiusura dello studio system hollywoodiano, Jeffrey si prestò alle produzioni cinematografiche a basso costo oltre oceano trovando l’incipit della sua dipartita terrena durante le riprese in terra iberica di ¡Viva América! quando un finestrino di un automobile gli scoppiò in faccia procurandogli una commozione cerebrale e un disallineamento di una vertebra, mai realmente guariti.
Il 26 maggio 1969, cinque mesi dopo l’incidente, mentre si trovava in cima alle scale della sua casa californiana, il povero Jeffrey soffrì poi un’emorragia cerebrale che lo fece piombare giù per gli scalini, sbattendo prima su una fioriera e poi violentemente contro la ringhiera, fratturandosi irrimediabilmente il cranio.

Il capitano Christopher Pike uscì quindi di scena la mattina seguente all’età di 42 anni, proprio quando la serie originale di Star Trek giungeva alla conclusione della sua terza e ultima stagione lasciando i fan di tutto il mondo col fiato sospeso, le mani nei capelli e le mutande calate (non necessariamente in quest’ordine).

VOTO:
3 cloche e mezza

Star Trek: 1° stagione (1966) voto

Titolo retronimo: Star Trek: The Original Series
Creatore: Gene Roddenberry
Stagione: prima
Anno: 1966
Durata: 30 episodi da 50 minuti circa

The Jinx (2015)

Come fare fuori 3 persone e farla franca?
Semplice: basta essere ricchi, potenti e senza manie di protagonismo.
Questo è l’insegnamento che si estrapola dalla stupefacente vicenda di Robert Durst, membro reietto della potente famiglia immobiliarista dei Durst; un gruppo che da quasi un secolo risulta tra i primi 5 a Manhattan.

Kathleen McCormack Durst era la prima moglie di Robert; scomparve la notte del 31 gennaio 1982 senza lasciare traccia quando il marito dichiarò di averla lasciata alla stazione dei treni in partenza per Manhattan.
Susan Berman era una delle migliori amiche di Robert; fu uccisa nella sua casa di Los Angeles con un colpo di pistola alla nuca il 24 dicembre 2000. Robert era volato in California pochi giorni prima per poi tornare a New York il giorno stesso dell’omicidio.
Morris Black era il burbero e schivo vicino di casa di Robert durante la sua latitanza in Texas quando si travestiva da donna per sfuggire alle indagini della polizia; il suo corpo fu trovato a pezzi in buste di plastica nella baia di Galveston.

Ora, per molto ma molto ma molto meno c’è gente che viene messa in galera per anni; Robert Durst invece l’ha fatta franca fino a quando non ha voluto forzare all’inverosimile la fortuna contattando il regista Andrew Jarecki perché costui aveva appena realizzato un film sulla scomparsa della sua prima moglie, All Good Things, e chiedendogli se fosse possibile fare un’intervista in cui potesse raccontare la sua versione dei fatti.
E da questo iniziale slancio di protagonismo ne è nato un progetto documentaristico dalla portata incredibile che ha permesso l’arresto di Robert Durst per omicidio di primo grado.

The Jinx (2015)

Straordinario documentario televisivo che parte in maniera quasi tradizionale per calare poi l’asso piglia tutto alla puntata finale.

Se dal punto di vista narrativo non ci sono in realtà particolari innovazioni e su quello tecnico siamo su livelli più che accettabili, la grande forza di questo lavoro sta piuttosto nella capacità dimostrata che il cinema può modificare, in meglio, la realtà.

Se quindi il Cinema ne esce vittorioso, è la società civile a mostrare il nervo debole di un sistema piramidale che premia i potenti e bastona i subordinati: Robert Durst è infatti l’emblema di come un violento psicopatico privo delle più elementari funzioni empatiche possa farla franca quando sguinzaglia i suoi dollaroni per comprarsi la salvezza, basta che poi non insista nel farsi intervistare per un documentario.
Per la serie: “Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino”.

VOTO:
3 Freedom Tower e mezzo

The Jinx (2015) voto

Titolo originale: The Jinx: The Life and Deaths of Robert Durst
Titolo esteso: The Jinx – La vita e le morti di Robert Durst
Regia: Andrew Jarecki
Anno: 2015
Durata: 6 episodi da 45 minuti circa