True Detective: S02E06 (2015)

Dopo la scoperta della cabina degli orrori alla fine del precedente episodio, i nostri 3 moschettieri del re decidono di allungare il passo ed entrare direttamente nella tana del lupo, ovvero infiltrarsi in una delle segretissime feste orgiastiche organizate da ricchi criminali per il piacere di magnati della finanza e politici corrotti al fine di stringere fruttifere alleanze alle spalle degli onesti cittadini contribuenti.

Per fare ciò, Donnuomo Ami si traveste da mignotta russa per mischiarsi al carro delle vacche da macello (altrimenti chiamate intrattenitrici sessuali) mentre Detective Colin e Paul CHiPs sgattaiolano nelle segrete stanze al fine di rubare documenti e contratti che possano incastrare questi bastardi capitalisti una volta per tutte.
Tra un vecchio che si incula due ventenni sul lavandino del corridoio e una puttana che lecca il culo di un “ospite” che si sta scopando una sua collega drogatissima, ce la faranno i 3 moschettieri a portare a compimento la missione e difendere il popolo dalla corruzione capitalista?

Puntata decisamente migliore delle precedenti 5 (ma ci voleva poco), qui si fanno più chiare le invisibili trame che reggono i fragili equilibri della cittadina di Vinci e più in generale le assurde logiche da medioevo che ancora guidano la politica di mezzo mondo: i criminali corrompono gli uomini di potere con la fica e con la droga (spesso in contemporanea).

Se fossi un idiota italiota, proporrei la castrazione chimica per questi porconi attempati, come quando (troppo spesso) si propone la castrazione (o peggio) per i criminali sessuali; ma ovviamente la soluzione è ben altra e cioè sta nel rimuovere il vero motivo per cui un uomo cede alle lusinghe di una prostituta russa: il patriarcato monogamo capitalista.

Tornando alla puntata, veniamo anche a conoscenza dello stupro subìto da Donnuomo Ami in giovine età, il che spiegherebbe (secondo la psicologia della domenica degli sceneggiatori hollywodiani) la sua avversione verso i maschi e al contempo la sua infaticabile passione per il sesso violento e fatto male.

Nonostante l’episodio sia di molto semplicione e non si aggiuga veramente nulla al moderno panorama cinematografico mondiale, perlomeno si regala un minimo di spessore alla vicenda e si tenta di ampliare il respiro di un’azione fino ad ora congestionata tra un frocio represso, una porcona triste e un alcolizzato senza amore.

VOTO:
3 froci repressi e mezzo

True Detective: S02E06 (2015) voto

Titolo originale: True Detective – Church in Ruins
Stagione: 2
Episodio: 6
Regia: Miguel Sapochnik
Anno: 2015
Durata: 55 minuti

True Detective: S02E05 (2015)

Dopo la sparatoria western alla fine dell’ultimo episodio, Detective Colin, Detective CHiPs e Donnuono Ami vengono sacrificati e messi fuori gioco da poteri forti all’interno e fuori della municipalità di Vinci mentre Gangster Frank prosegue la sua personale scoperta del mondo femminile con l’interessante introspezione nel suo infruttifero matrimonio con Miss Labbra rifatte male.

A richiamare in servizio i 3 moschettieri però arriva presto lo State Attorney in quota afro-americana che vuole scoperchiare la pentola di melma e merda che sta appestando l’intera contea, una melma di soldi sporchi, mignotte rifatte e torture pornos fatti in casa.
Tutta robetta buona per spezzare le reni di parecchi pezzi grossi dell’establishment… ma mancano le prove, in particolare l’hard drive di Ben Casper, fatto opportunamente sparire, che conterrebbe sesso droga e rock and roll, come non ci fosse domani.

La storia di questa seconda stagione di True Detective procede a stento verso un telefonato finale fatto di perversioni e vecchi laidi, tutte cose che non stupiscono più.

Quello che stupisce invece è che nel 2015 i ruoli femminili a Hollywood siano ancora scritti in questa maniera becera, svilente e maschilista: a che serve una donna che dice che le piacciono i cazzi grossi? Anzi, più specificatamente che le piaccioni i cazzi larghi?

Dimmi sceneggiatore hipster finto provatore, cosa volevi comunicare con questa scena?
Era un modo per mettere in imbarazzo i maschi che non sono abituati alle donne che esprimono la loro sessualità in maniera esplicita?
Oppure era uno sbilenco ed inutile tentativo di inspessire un personaggio femminile tormentato e costretto a vivere in un violento mondo dominato dal sesso maschile?
O invece è semplicemente che sei uno stupido pipparolo che maschera la sua pazza voglia di vedere le labbra di Rachel McAdams pronunciare la parola “cazzo” con una finta linea politico-sociale d’avanguardia?

VOTO:
2 pipparoli e mezzo

True Detective: S02E05 (2015) voto

Titolo originale: True Detective – Other Lives
Stagione: 2
Episodio: 5
Regia: John Crowley
Anno: 2015
Durata: 55 minuti

True Detective: S02E04 (2015)

Gangster Frank si distanzia sempre più dalla moglie mentre cerca di rimettersi in gioco nella malavita locale alla disperata ricerca di contanti; Paul CHiPs si svela essere frocio represso con tanta voglia di paternità; Detective Colin smette di bere e ricomincia a provare sentimenti; e Donnuomo Ami viene accusata di mobbing sessuale al dipartimento.
Ah, molti personaggi senza nome schioppano come petardi in un finale che vorrebbe essere adrenalinico ed invece è soporifero.

Altro episodio, altro regista, stessa pappa.
Niente di veramente importante succede, eccezion fatta per uno dei momenti più assurdi che abbia mai visto e cioè quando il padre guru-santone-truffatore di Ami guarda dritto dritto Detective Colin e se ne esce con le seguenti parole:
“Hai un’aurea enorme, verde e nera, prende tutta la stanza… ecco, sentivo di doverlo dire”.

Semplicemente magnifica questa metafora della famosissima nerchia di Colin.

VOTO:
2 Colinerchie e mezza

True Detective: S02E04 (2015) voto

Titolo originale: True Detective – Down Will Come
Stagione: 2
Episodio: 4
Regia: Jeremy Podeswa
Anno: 2015
Durata: 55 minuti

True Detective: S02E03 (2015)

Lo contea di Ventura cerca di usare l’erotomane Ami contro il detective Colin Farrell per arrivare a rompere i coglioni al sindaco della città di Vinci e il sindaco di Vinci a sua volta fa pressione sulla polizia cittadina per stroncare l’erotomane Ami che ha osato entrargli in casa per indagare sul misterioso omicidio del manager cittadino Ben Casper a cui piaceva tanto la perdizione sessuale fatta di giovani prostitute, gigolò ragazzi e oggetti sadomaso.

In tutto ciò, Paul CHiPs non fa nulla.

Continuano le peripezie di tre personaggi in cerca d’autore alle prese con i misteri noir della California inizio millennio.
Grazieaddio per quest’episodio il regista è cambiato e le cose cominciano tiepidamente a migliorare: con un’apertura fantastica e molto Lynchana tra Colin e il padre ex detective (interpretato dal mitico e invecchiatissimo Fred Ward, indimenticabile grugnone bifolco in Tremors) e caratterizzazioni leggermente meno stereotipate, il terzo episodio della nuova stagione di True Detective cerca pietosamente di scalare la montagna di merda ai piedi della quale si era felicemente gettato.

VOTO:
2 montagne di merda e mezza

True Detective: S02E03 (2015) voto

Titolo originale: True Detective – Maybe Tomorrow
Stagione: 2
Episodio: 3
Regia: Janus Metz
Anno: 2015
Durata: 55 minuti

True Detective: S02E02 (2015)

Dopo il primo deludente episodio, qui si cerca di sviluppare ulteriormente quattro protagonisti che non hanno nulla da offrire ad un pubblico avveduto quale dovrebbe essere quello fedele a True Detective e lo si fa andando a scavare nelle loro psiche, proiettili morti che viaggiano a 100 all’ora su strade buie.

Il redento criminale Frank racconta alla moglie che il padre lo chiudeva nello scantinato la notte quando andava a “lavorare” e che una volta lo lasciò lì sotto per 5 giorni senza acqua né cibo; l’agente CHiPs Paul viene mollato dalla ragazza perché non vuole conoscere i genitori di lei e la giovine si sente usata solo come sfogo sessuale; la tosta Ami quando torna stanca dal lavoro si guarda i porno anali (perché questo dovrebbe significare “perdizione” secondo i puritani Hollywoodiani); e Colin, dopo aver preso a calci in bocca il padre di un compagno di scuola del figlio bastardo (nel senso non suo), viene dichiarato indesiderato dalla moglie la quale però prova ancora molta compassione per un soggettone alcolizzato e manesco.

Nonostante l’evidente voglia di inspessire una trama da libretto pulp anni ’50, siamo ancora ben lontani da una vera e propria caratterizzazione, sia dei personaggi, povere figurine senza colla lanciate al vento di novembre, e sia per la corrotta città di Vinci la quale sembra essere fatta unicamente di tristi ciminiere e autostrade a 6 corsie.

Ma dove sono gli abitanti? Dov’è il popolo?
Ma soprattutto, che fine ha fatto Carmen San Diego?

Bah… se questo è intrattenimento, io sono Paperino.

VOTO:
2 Paperini perduti

True Detective: S02E02 (2015) voto
Titolo originale: True Detective – Night finds you
Stagione: 2
Episodio: 2
Regia: Justin Lin
Anno: 2015
Durata: 55 minuti

True Detective: S02E01 (2015)

Non ci siamo proprio.
Questa nuova stagione di True Detective si apre nel segno della noia, dello stereotipo, del macchiettistico e dell’assurdo; e la storia sembra complicata solo perché è montata a cazzo di cane quando invece è in realtà parecchio semplice (oltre che stravista in precedenza).

SPOILERS

Allora: ci troviamo in California nella contea di Ventura (sulla costa poco più a nord di Los Angeles) e come, da copione, tutto sembra andare in malora: la violenza e la perversione regnano sovrane e la città sta per svelare un imponente progetto urbanistico/viario che promette di portare parecchi dindini nelle tasche di mafiosi e politici corrotti.
Questa bolla però sembra stia per scoppiare perché un giornalista hipster che vive in una casina di legno di periferia e che guida una macchinina blu cielo ha fatto appena uscire la prima di una serie di 5 reportage sulle macchinazioni criminali che governano le istituzioni cittadine.

A fermare questo giornalista alla Milena Gabbanelli viene mandato il corrotto detective Ray Velcoro (chiamato da me Colin Farrell perché non riesco a vedere proprio altro nella sua performance) che, per fermare l’uscita degli altri reportage, riempie di botte Mr Hipster e gli ruba il laptop…

…come se nel 2015 non ci fosse il cloud storage e la redazione del giornale presso cui l’hipster lavora non avesse già accesso da rempoto a tutto il malloppo di informazioni.
Ma vabbé, questa minchiata di telefilm vuole imitare i polizieschi anni ’90 come L.A. Confidential che voleva imitare Chinatown che voleva imitare i polizieschi anni ’40 e ’50 quando certo non esistevano i computer e il cloud e le email e bastava spaccare una bottiglia in testa al giornalista e rubargli la macchina da scrivere con tutti i fogli per stoppare le inchieste.
Tutto questo, tra l’altro, passando attraverso la lente deformante di una commedia noir come Chi ha incastrato Roger Rabbit, prodotto infinitamente migliore di questa scatarrata in pieno petto.

Dicevamo: Colin è stato mandato da Frank Semyon, un pezzo grosso della mala locale, un incredibile bamboccione stempiato interpretato da un Vince Vaughn in cerca di riscatto personale dopo le numerose commedie da ergastolo che lo hanno visto protagonista negli ultimi anni (spesso insieme al suicida fallito Owen Wilson).
Colin lavora per Frank perché anni prima Frank aveva fatto fuori (senza un reale motivo) lo stupratore della moglie di Colin, la quale aveva poi spurgato un bambino bastardo (nel senso di illegittimo) pel di carota che non potrebbe essere figlio di Colin neanche se la madre fosse vichinga.
A complicare le cose però arriva la scomparsa di Benjamin Casper, il direttore amministrativo della città (il vice del sindaco per intenderci), che ha lasciato in fieri il mega affarone mafioso ancora da annunciare agli investitori e un villone di sua proprietà pieno zeppo di cazzi di gomma, dipinti di donne senza testa e scheletri vestiti come Madonne da incubo.

True Detective: S02E01 (2015)

Qui è chiaro che Nic Pizzolatto, il creatore e scrittore della serie, vuole stupire a tutti i costi un pubblico sempre molto avvezzo a farsi prendere per il naso con trucchetti semplicini semplicioni sempliciotti come questi.

Cazzi di gomma? Spavento froci perversione. Qui c’è sotto qualcosa di diabolico!
Scheletri ingioiellati? Paura, le tombe l’Egitto, i film vecchi che piacevano a nonna!

A me semplicemente mi è venuta in mente un’altra scena di un altro film sempre con Colin Farrell.
In Minority Report, Colin fa l’investigatore alla ricerca di Tom Cruise assassino e ad un certo arrivano alla scena del crimine dove Tom avrebbe ucciso il pedofilo che aveva rapito suo figlio anni prima: sul letto e per tutta la stanza ci sono foto di bambini, segno inequivocabile dell’attività criminale del morto. Colin non ci casca e dice qualcosa di molto sensato: “Questa scena del crimine è un’orgia di prove… e sai quante orge di prove ho incontrato nella mia carriera? Nessuna”.
Perché per l’appunto nella realtà dei fatti (seguendo i quali True Detective dovrebbe essere stato scritto) i matti e i cattivi sono tutto sommato persone normali: hanno lavori comuni e a volte gratificanti (tipo vice sindaco) e non passano certo il tempo a ficcarsi cazzi di gomma in culo mentre si masturbano sotto uno scheletro vestito da principessa.

Qui il problema è che gli sceneggiatori di Hollywood confondono la realtà con la loro immaginazione, e io non sto qui a giudicare Nic perché sogna di mettersi i cazzi di gomma in culo mentre si masturba sotto uno scheletro vestito da principessa.
No, io contesto che ci facciano una serie televisiva sopra e alla quale milioni di boccaloni ignoranti abboccano pensando che sia una cosa bella e alternativa.

A conclusione abbiamo poi gli altri due personaggi primari: due poliziotti della stessa contea, entrambi con problemi seri di autostima e comprendonio.
Uno è un veterano dell’esercito, ora poliziotto in motocicletta stile CHiPs, che prende il viagra di nascosto dalla sua ragazza fotomodella con la quale non vuole condividere un amore perché si vuole autopunire guidando a fari spenti nella notte manco fosse in una canzone di Niccolò Fabi, e l’altra è una donna che fa sesso strano con colleghi sprovveduti i quali caccia di casa subito dopo il coito manco fossero mignotte e che ha un padre capo sprituale fricchettone ridicolo al massimo che due ceffoni se li meriterebbe subito subito e una sorella ex tossica che ha perso la retta via e ora si masturba in webcam previo lauto pagamento con carta di credito (chiamala scema).

Insomma, come al solito ci troviamo di fronte una zuppa di stereotipi fatta di maschi tenebrosi e alcolisti che dentro dentro vorrebbero solo amare e donne stronze e acide e dure e con le spine che in realtà hanno solo bisogno di un uomo che le addolcisca con un bacino sul mento.
In genere questi due stereotipi si incontrano e, dopo una serie di incomprensioni che sembrano portarli alla rottura, trovano un fine comune dietro il quale marciare uniti e grazie al quale impareranno che la felicità è dietro l’angolo.
Basta volerla.

True Detective?
Ma vaffanculo.

VOTO:
2 donne stronze acide dure e con le spine che in realtà hanno solo bisogno di un uomo che le addolcisca con un bacino sul mento

True Detective: S02E01 (2015) voto

Titolo originale: True Detective – The Western Book of Dead
Stagione: 2
Episodio: 1
Regia: Justin Lin
Anno: 2015
Durata: 55 minuti

Better Call Saul: prima stagione (2015)

C’era una volta Heisenberg, e no, non parlo del fisico tedesco che studiò la meccanica quantistica; mi riferisco invece al soprannome con cui Walter White, protagonista della serie televisiva Breaking Bad, si fa chiamare nel giro del traffico di metanfetamina.
Durante il corso della sua virulenta storia di ascesa e morte, per ripulire la montagna di soldi che la droga gli procura, Walter si rivolge ad un losco avvocato traffichino di nome Saul Goodman.

Immediatamente amato dal pubblico e diventato presto un ricorrente personaggio secondario in Breaking Bad, Saul è stato recentemente promosso di categoria ed ha ottenuto un suo spin-off chiamato Better Call Saul.

Ed è di questo che voglio parlarti.

Better Call Saul: prima stagione (2015)

James Morgan McGill (vero nome di Saul Goodman) è un avvocatuccio di Albuquerque in New Mexico che campa alla giornata difendendo i piccoli criminali (sai quelli che non posso permettersi un avvocato e allora gliene viene fornito uno d’ufficio? ecco…) presso il tribunale locale.

La sua è una vita deprimente senza sbocchi, stretto tra un recente passato nel giro delle piccole truffe da strada e un futuro fumoso e certamente poco roseo.
Il fratello invece è un famosissimo avvocato socio fondatore di un grosso studio legale che da qualche tempo vive recluso in casa per una patologia psicologica che gli fa credere d’essere allergico all’elettricità; Jimmy lo aiuta portandogli viveri e beni di prima necessità, ma il fratello non ricambia in egual misura questo gesto d’affetto, tanto che non sembra sostenerlo nella sua candidatura come avvocato presso il suo studio legale.
Anche sul lato sentimentale Jimmy non ha vita facile: una donna con cui ha avuto un intreccio sentimentale è impiegata presso lo studio legale di cui sopra e si trova quindi nella difficile posizione di rimanere fedele ai suoi datori di lavoro senza allo stesso tempo ferire troppo i sentimenti e l’orgoglio di Jimmy.
Questo circolo vizioso fatto di delusioni e calci in culo giunge però ad un apice oltre il quale c’è una sola possibilità: il cambiamento, nel bene e nel male.

Better Call Saul è un delizioso prodotto televisivo che non mancherà di coinvolgere un pubblico ampio e dal palato difficile; anche se non si raggiungono le vette di Breaking Bad, c’è comunque molto materiale umano da scavare e su cui costruire degli intrecci narrativi interessanti, senza contare l’irresistibile triste simpatia di Bob Odenkirk nei panni del simpatetico Jimmy.

VOTO:
4 avvocati ebrei e mezzo

Better Call Saul: prima stagione (2015) voto

Titolo originale: Better Call Saul
Stagione: prima
Creatori: Vince Gilligan, Peter Gould
Anno: 2015
Durata: 10 episodi da 60 minuti

Kurt Cobain: Montage of Heck (2015)

Kurt Donald Cobain è stato un musicista americano dello stato di Washington; con la sua band Nirvana ha inciso 3 album il secondo dei quali l’ha lanciato direttamente nell’Olimpo delle rock star mondiali.
Stretto tra un successo imponente e incontrollabile, una personalità schiva e terribilmente insicura e una cerchia di amici e conoscenti che non hanno saputo o voluto vedere la sua depressione cronica, Kurt Cobain si è suicidato il 5 aprile 1994 con un colpo di pistola in testa.

Molto si è detto a proposito della band rock alternativa più famosa della storia e forse troppo spesso si è perso di vista il lato umano della faccenda; sì, perché i Nirvana erano il prodotto diretto della mente di Cobain e della sua voglia di esprimere al mondo i suoi drammi interiori e i suoi pensieri controcorrente.
Ci si scorda infatti spesso di dire come i Nirvana fossero una band dirompente nel panorama musicale mainstream dell’epoca e quanto fossero radicali le loro posizioni politiche: Kurt fu sempre molto fiero del suo supporto alle campagne per i diritti degli omosessuali, sul diritto all’aborto e all’uguaglianza dei sessi.
Polly per esempio fu scritta dopo che Cobain lesse un articolo su una ragazza 14enne rapita, stuprata e torturata dopo un concerto rock e, se si pensa alle tante canzoni di merda che circolano, non si può non notare la differenza di peso intellettuale.

Questa sua ipersensibilità però è stata un’arma a doppio taglio perché ha anche reso Kurt terribilmente insicuro per tutta la sua breve vita: dalla vergogna per il divorzio dei genitori, alla paura di non farcela come musicista, Cobain ha spesso raggiunto picchi di paranoia legati ai suoi stati d’animo ballerini.
Fu diagnosticato con sindrome bipolare e già da piccolissimo gli fu riconosciuta una deficienza di attenzione e un’iperattività molesta e questi fattori non gli furono indubbiamente d’aiuto nella benestante e conservatrice società americana di provincia; i Nirvana infatti sono nati ad Aberdeen, una cittadina di 16mila persone e Cobain ha vissuto la sua adolescenza a Montesano, 4000 anime.

Insomma, questo documentario cerca di tracciare un profilo umano del dramma Cobain e lo fa usando una quantità spropositata di materiale video, audio e cartaceo che il regista Brett Morgen è riuscito a usare grazie al supporto e all’aiuto dei familiari e gli amici di Kurt, in primis la moglie Courtney la quale approcciò nel 2007 Morgen stesso per realizzare il documentario in questione.
Molti sono i momenti toccanti, dalle confessioni audio dello stesso Cobain sulla sua adolescenza vissuta da fantasma alle roboanti animazioni ottenute usando gli schizzi e gli appunti del defunto musicista le quali riescono a ricreare, anche se solo in parte, il vortice emotivo che probabilmente girava nella sua testa.

Indubbiamente la storia di Kurt Cobain è una classica parabola di successo e morte a cui ci si è anche un po’ abituati; ciò non toglie che Montage of Heck riesce nella difficile impresa di dare grande dignità ad un uomo ferito e in cerca d’amore.

VOTO:
4 uomini feriti in cerca d’amore e mezzo

Kurt Cobain: Montage of Heck (2015) voto

Titolo originale: Kurt Cobain: Montage of Heck
Regia: Brett Morgen
Anno: 2015
Durata: 145 minuti

Sharknado (2013)

La città di Los Angeles sta per essere investita da un ciclone di dimensioni colossali che ha all’interno migliaia di squali; a salvare tutti arriverà Fin (interpretato da Ian Ziering, Steve di Bevely Hills 90210) che costruirà bombe a mano per smantellare la tromba d’aria e userà motoseghe per tagliare gli squali dall’interno dopo essere stato ingerito.

Sharknado è uno di quei film che non dovrebbero esistere: è talmente assurdo, recitato male e corredato da effetti speciali da serie C che a rigor di logica avrebbe dovuto fallire ancor prima di essere distribuito.
E invece non è stato così: intorno a questa perla di merda a basso costo prodotta per la televisione dalla Asylum (una casa di produzione specializzata in film di serie B) si è creato rapidamente un folto gruppo di estimatori dallo stomaco forte che ne ha decretato il successo commerciale, tanto che tra poco (luglio 2015) dovrebbe uscire il terzo capitolo.

Certamente c’è da lodare la fantasia e il coraggio nel mettere in scena un disaster movie con Steve di Beverly Hills che salva Los Angeles da un tornado di squali; d’altra parte non è poi così difficile partorire mostri come questo se si scopa col demonio.

VOTO:
2 Dylan e mezzo

Sharknado (2013) voto

Titolo originale: Sharknado
Regia: Anthony C. Ferrante
Anno: 2013
Durata: 86 minuti

Castle (2009-2016)

Sì, lo ammetto, lo dichiaro, lo confesso.
Consapevole delle ripercussioni sul mio buon nome e su quello dei figli dei figli dei miei figli è arrivato il momento di fare outing e dire che sono un fan accanito di Castle, la serie televisiva americana incentrata sulle investigazioni del detective Kate Beckett della polizia di New York e del suo infantile e geniale spasimante Richard Castle, scrittore di romanzi gialli ricco e viziato.

Castle-(2009-2016)

Con ben 8 stagioni sul groppone, questa serie televisiva americana si è guadagnata negli anni un folto pubblico di fedelissimi che hanno assistito a colpi di scena, omicidi elaboratamente fantasiosi, investigazioni al limite dell’assurdo e corteggiamenti liceali tra due professionisti affermati.
Il protagonista è interpretato da Nathan Fillion, un attore molto competente che è riuscito a creare un personaggio altamente irritante nei suoi infantilismi eppure al contempo incredibilmente affascinante per la sua capacità di ragionamento laterale; Stana Katic invece interpreta la bellissima investigatrice pronta a tutto pur di fare giustizia, un personaggio solo apparentemente monocorde e unidirezionale e che invece ogni tanto rivela lati di sé stridenti con la facciata perbenista costruita fortemente a tavolino.
Ai due protagonisti si affianca la coppia di investigatori Esposito-Ryan, il primo latino e il secondo irlandese; a completare poi la rappresentanza delle minoranze c’è la coroner nera Lanie.
Questi 5 buontemponi, aiutati da una folta schiera di co-primari di tutto rispetto, hanno sventato piani diabolici, attentati terroristici e una bomba atomica nel corso delle numerose puntate che compongono questa prolifica serie.
Anche se non siamo di fronte a niente di eccezionale e anzi si ha in più di un’occasione l’impressione che gli autori siano sempre sul punto di allungare il brodo con abbondanti secchiate d’acqua gelata, beh…nonostante questo, ho seguito con vivo interesse per 8 anni la storia d’amore poco convenzionale tra un cresciutello bambino prodigio e un donnuomo col naso rifatto e la voce di Ornella Vanoni.

Se anche voi amate le investigazioni, gli omicidi strambi e i tiraemolla amorosi, allora questo Castle fa al caso vostro.
Altrimenti fate i fichi della situazione e guardatevi quella cacata di proporzioni colossali che è Game of Thrones; una serie esclusivamente incentrata su spade, draghi e il culo di Emilia Clarke.

VOTO:
4 culi di Emilia

castle (2008-2016) voto

Titolo originale: Castle
Creatore: Andrew W. Marlowe
Anno: 2009 – 2016
Durata: 8 stagioni con episodi da 45 minuti circa

U.S.A. – La storia mai raccontata (2012)

Gli Stati Uniti d’America sono il più importante e più grande impero mai venutosi a realizzare sulla faccia della Terra: nessuna nazione ha mai avuto in passato un tale controllo, ramificato e pervasivo, del territorio globale, spesso in barba alle singole libertà nazionali degli altri paesi; nessuna nazione ha mai avuto una potenza militare capace di mettere fine alla stessa esistenza umana su questo pianeta; nessuna nazione ha mai riscritto tanto la storia mondiale per accomodare le proprie esigenze politiche.
Oliver Stone, un americano vecchio stampo celebre per il lavoro come regista hollywoodiano, ha deciso di fare una sua riscrittura della storia americana degli ultimi 70 anni seguendo una logica più aperta e polemica rispetto a quella ufficiale.

U.S.A. – La storia mai raccontata (2012)

Con l’enorme distruzione della seconda guerra mondiale, gli USA emersero dalle ceneri della civiltà occidentale come un elemento di discontinuità all’interno dello stesso contesto culturale: questo vuol dire che, nonostante condividessero culturalmente molto con la vecchia Europa, se ne distinguevano per la loro personale storia di ribellione verso il colonialismo, l’interventismo e la disuguaglianza.

Molti sapranno infatti che la rivoluzione americana fu in gran parte ideologicamente derivata dall’illuminismo francese, una corrente filosofico/politica che voleva rompere con i vecchi regimi monarchico-dispotici che avevano contrassegnato la storia dell’Europa dalla caduta dell’impero romano fino al 1700.
Seguendo saggi principi come la logica e la pragmaticità, gli illuministi rivoluzionarono non solo la Francia e gli Stati Uniti, ma un po’ tutta la cultura occidentale che infatti passò dall’assolutismo monarchico alla democrazia popolare, con tutti i pro e i contro del caso.
Dalla dichiarazione d’indipendenza del 1776 fino all’inizio del 20° secolo, gli USA si sono sempre reputati un faro di speranza per i popoli mondiali, tutti quei popoli che si sentivano oppressi, affamati e sfruttati dal potente di turno; non molti sanno infatti che la famosa Statua della Libertà di New York ha una targa che recita “Dateci le vostre povere e stanche masse che sognano la libertà”, e questo fu per molti versi l’idea che guidò milioni di persone ad emigrare in quelle terre lontane al di là del mare.
La realtà dei fatti ovviamente era ben diversa: con ignoranza diffusa, razzismo spregiudicato e soppressione di molte libertà civili, la vita nel nuovo mondo non è mai stata tutta rose e fiori; ciò non toglie che la barbarie che ha mosso le grandi nazioni europee negli ultimi 300 anni non era neanche minimamente comparabile allo stile di vita delle popolazioni americane, spesso mosse dal comunitarismo, dal reciproco soccorso e dal generale pacifismo.
Fino alla prima guerra mondiale infatti gli Stati Uniti avevano una politica non-interventista sulle controversie internazionali, una politica per certi versi rivoluzionaria che i cittadini americani avevano difeso a spada tratta fino a quel momento seguendo una semplice logica: il resto del mondo li aveva trattati a calci in culo quindi loro non avevano alcun debito da saldare nei loro confronti; “che si ammazzassero tra loro” era il pensiero comune in USA.
Putroppo con il 20° secolo e soprattutto dopo la seconda guerra mondiale che lasciò uno spazio vuoto da colmare e cioè quello di potenza egemonica mondiale fino ad allora occupato dalla Gran Bretagna, gli Stati Uniti si tramutarono presto da simpatici lontani cugini a polizia mondiale col manganello facile.
Da quel momento in poi è stata solo una grande avanzata a stelle strisce a discapito del resto del mondo, una realtà tanto innegabile quanto soppressa.

Ecco, questa serie realizzata da Oliver Stone con la collaborazione dello storico Peter Kuznick, si concentra sul periodo che va dalla nascita di questo nuovo impero mondiale fino ai giorni nostri: dall’uso della bomba atomica sui civili giapponesi (crimine di guerra unico nella storia umana), all’avvento della guerra fredda; dal continuo interventismo americano in governi democraticamente eletti in paesi strategicamente importanti come Korea o Vietnam, all’uso indiscriminato di violenza e spionaggio per rovesciare gli stessi governi reputati scomodi al grande piano di stabilità americano; dal sovvenzionamento segreto dei più brutali dittatori mondiali in paesi come l’Indonesia o il Nicaragua, all’odio totalmente immotivato verso rivoluzionari socialisti in piccoli paesi come Cuba o El Salvador; dalle guerre stellari di Reagan alla caduta del blocco sovietico; fino a giungere all’era Bush con la sua guerra al terrore che ha seminato più morti di quanti intendesse evitare, e all’amministrazione Obama, ultimo recente tassello di un asservimento totale della Legge verso la Finanza.

Questi 10 episodi di documentarismo storico-politico, nonostante alcune interpretazioni un po’ tirate per i capelli, restano una grandissima opportunità per rivisitare con occhio critico la recente storia dell’Impero che ci governa tutti, anche se non lo sappiamo.

VOTO:
4 bambine vietnamite bruciate col napalm

U.S.A. – La storia mai raccontata (2012) votoTitolo originale: Oliver Stone’s The Untold History of the United States
Regia: Oliver Stone
Anno: 2012
Durata: 10 episodi da 58 minuti

True Detective: prima stagione (2014)

Rustin Spencer Cohle è un investigatore texano con parecchi problemi esistenziali: da quando gli hanno investito la figlia piccola, la sua vita è andata a rotoli e il suo pessimismo cosmico l’ha reso sempre più inviso a colleghi e amici.
Passa le giornate ad odiare gli stupidi, a leggere libri su libri e a dispensare giudizi affrettati su chiunque gli sbarri la strada.
Martin Eric Hart invece è un investigatore della Louisiana, uno stato americano famoso per l’atteggiamento rilassato (probabilmente dovuto all’influenza coloniale francese dei secoli passati), è un padre di famiglia a cui piace bere e guardare le partite in tv, non ha una grande intelligenza e si radica in un finto berbenismo e un tradizionalismo confortanti per i semplicioni come lui.

I due vengono appaiati dalla polizia statale e messi presto a lavorare su un caso sconcertante: una ragazza drogata a forza, stuprata, torturata, e uccisa secondo uno strambo rituale pagano.

Rust e Marty, compensando le reciproche lacune caratteriali come una brava coppia del 19° secolo, spaccheranno talmente tanto il culo al sistema che risolveranno il caso e al contempo riveleranno una macchinazione talmente grande da mettere a repentaglio le loro stesse vite.

True Detective: prima stagione (2014) - 1
a sinistra Tree of Life, all’EUR di Roma; a destra una delle tanto decantate inquadrature di True Detective

Questa prima stagione di True Detective è stata un clamoroso successo di pubblico ed un ottimo ritorno economico per il canale produttore, quella HBO che ci sta regalando i migliori anni della nostra vita televisiva.
Basato sul genere “true crime”, molto in voga negli anni ’50, e con uno stile sicuramente influenzato dal capostipite del genere “investigazioni folli”, Twin Peaks, questa serie televisiva americana trova libero sfogo nel compiacimento tecnico visivo, sicuramente di grande impatto e con bellissimi momenti fotografici, ma che bene o male piglia a destra e manca da grandi registi del passato e non.

La cosa più divertente invece è il nichilismo pessimista di Rust: un misto di intelligenza, misantropia, e decadentismo politico lo rende un personaggio interessante e sicuramente diverso dalla marea di poliziotti che hanno fatto capolino sull’etere negli ultimi 60 anni.
D’altra parte però, questo continuo rendere antipatico un personaggio che in realtà ha solo perso la voglia di vivere dopo la tragica morte della figlia, depotenzia troppo spesso il messaggio anti clericale di cui tutta la serie è pervasa.
Soltanto uno sciocco (senza sale, in zucca) potrebbe infatti ignorare tutta la linea anti religiosa che continuamente rispunta ad ogni puntata; una linea politica talmente forte che, senza rovinare la serie a chi non l’ha vista, sarà infine parte fondamentale del mistero attorno al caso.

True Detective: prima stagione (2014) - 2
i culi invece non hanno alcuna ragione narrativa

Non convince appieno neanche l’altro protagonista (e co-produttore dello show), Marty, interpretato da un imbolsito Woody Harrelson, che cerca malamente di comprendere la filosofia di vita di Rust mentre si scopa le ragazzine alle spalle della moglie.
Nonostante in qualche punto si faccia un esile collegamento tra i suoi peccati, le sue tendenze violente e il generale clima di terrore soffocato che pervade le paludi della Louisiana tra le quali orribili omicidi vengono perpetrati ogni giorno, questo legame narrativo è troppo flebile per essere compreso dal pubblico generale e quindi il messagio viene in gran parte vanificato.
Non molti avranno infatti collegato il tema pedofilia e violenza sulle donne con l’atteggiamento finto berbenista e maschilista di Marty il quale giunge a riempire di cazzotti una coppia di ventenni, rei di aver amoreggiato consensualmente con la sua figlia adolescente.
La cosa che lascia più perplessi infatti è il velo di giustificazione verso una giustizia sommaria e privata che ricopre troppo spesso le azioni dei due “eroi”; non si traccia realmente un parallelismo tra i demoni che affliggono Rust e Marty e quelli reali che torturano e uccidono giovani americani per raggiungere un più alto piacere personale, in nome di un contrappasso dantesco che viene appena accennato, una volta rivelata l’identità dell’assassino.

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penso che dopo questo girerò Interstellar

La cosa più bella ed invece meno sfruttata di tutte è la sinestesia di Rust, cioè quella condizione per cui due o più sensi si confondono; un certo gusto quindi può dare la visione di un certo colore o il sentire un particolare odore.
La percezione del mondo attraverso i sensi è una cosa naturale ed utile agli esseri viventi, ed una leggera sinestesia è comune e ben accetta: basti pensare alla vista del cibo che può stimolare il senso del gusto, proprio come lo si stesse effettivamente assaporando.
Nella sua forma più pura però, la sinestesia è unidirezionale (cioè va solo da un senso all’altro), incontrollabile e può a volte inficiare la vita della persona affetta.

Rust, con il suo passato di drogato, ha ancora dei fenomeni di allucinazione visiva e olfattiva (lui li definisce flashback acidi) di quando si faceva pesantemente di LSD; in una puntata però, si fa riferimento alla cosiddetta Teoria M, una teoria fisica molto recente e ancora in discussione che, detto in parole poverissime, vorrebbe unificare tutta la fenomenologia fisica sotto un unico ombrello semplificativo.
Una sfera spazio-tempo quindi potrebbe essere ridotta a un cerchio, una figura bidimensionale, nella quale tutte le posizioni di una particella nel tempo sono presenti nello stesso spazio, e dalla cui visione quindi si può concludere che un evento non è mai isolato, ma tutto è ciclico, tutta la storia è circolare e ricorsiva.

Rust si domanda cosa cambi salvare una bambina dalle mani di un assassino quando quella bambina tornerà inevitabilmente in quel posto, ancora, e ancora, e ancora, per tutta l’eternità di questo universo.
Purtroppo però tutta questa linea più alta e filosofica è stata gettata nel cesso dopo circa 10 minuti, in favore di tette pubescenziali e spauracchi fatti coi legnetti.

Grazie, pubblico generalista.

Titolo originale: True Detective
Stagione: 1
Regia: Cary Joji Fukunaga
Anno: 2014
Durata: 8 episodi da 55 minuti circa