Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017)

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Nello stato del west americano chiamato Missouri, c’è una cittadina composta da uno strano miscuglio di rozzi zoticoni e gente hipster da pubblicità della Benetton.

A scompigliare questa loro quiete da società classista e liberale come quegl’immondi porci di Bill/Hillary Clinton e Barack Obama, buoni da scotennare in piazza col loro sangue che ci gronda sulla fronte mentre un’eclisse di Sole sancisce la solennità del momento, accade però l’imprevedibile:
qualcuno fa sesso.

Nella fattispecie qualcuno fa sesso stuprando una ragazza mentre torna a piedi da una serata con gli amici finendo il lavoretto dandole fuoco con la benzina così da cancellare ogni prova del DNA.
Le indagini procedono per 7 mesi senza dare risultati, ma la madre chiaramente non si dà per vinta e si fa venire in mente la “geniale” idea d’affittare 3 cartelloni stradali vicino casa accusando la polizia locale d’inefficienza; un gesto che provoca una pioggia di critiche e minacce da parecchi concittadini.

…vabbe, per farla breve: donna forte contro il sistema rozzo e patriarcale che usa gli stessi metodi rozzi e patriarcali senza ricevere la medesima condanna, ma bensì 2 oscar.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017)

Dallo stesso regista di quei gioiellini di In Bruges e Seven Psychopaths, ecco un solido ed interessantissimo film girato molto bene che ha vinto premi a destra e manca e che svincola dalla solita formula crime-detective-revenge per interrogarsi, purtroppo troppo di striscio e con toni molto auto-assolutori, sul labile confine tra chi ha ragione e chi ha torto.

Apprezzato moltissimo quindi il continuo ribaltarsi di ruoli narrativi tra i personaggi che ci vengono svelati nelle tante sfaccettature che compongono un’esistenza impossibile da ridurre ad una dimensione mentre l’unico fulcro immutabile resta l’insopportabile protagonista dai modi talmente scostanti che verrebbe quasi da farle il tifo contro (il che è un bene in questi tempi di capitan giustizia che straparlano di diritti coi soldi che gli escono dal culo per aver affossato lo stato sociale), si giunge però all’assurdo estremo con poliziotti razzisti e idioti che diventano brillanti e coraggiosi detective nel giro di una notte.

Il New Yorker l’ha molto strapazzato per il macchiettismo e il pressappochismo con cui ha dipinto l’America verace che (secondo i ricchi liberali delle grandi città) ha votato Trump; questo perché svelerebbe in realtà un auto-compiacimento molto simile a quello di Rambo e dei cowboy:

And this, it appears, is what we want: to be on the winning side in our goodness and our toughness. As with “Rambo” years ago, and as with the cowboy Westerns of the past. We love winners. Watching such films, we become them. What makes this version sicker is its claim to moral superiority at the expense of a community that it has taken no time to examine. We live in brutal, self-righteous, entertaining times.

Se quindi è vero che la presunta superiorità morale si percepisce in più punti, va anche spezzata una lancia in favore di una pellicola che comunque cerca di trovare a fatica una sua strada nel campo minato che è Hollywood.

Quelli che invece si meriterebbero una lancia spezzata in fronte sono i tanti che, non percependo assolutamente l’ambiguità morale della protagonista e della storia, ha elogiato il film inserendolo senza alcun motivo nel filone mediatico del #meeToo che tanto ha fatto sgocciolare l’intellighenzia mainstream.

La stessa intellighenzia mainstream che per 25 anni ha distrutto lo stato sociale mandando sul lastrico economico, sociale e culturale un paio di generazioni d’innocenti cittadini finendo poi per sfotterli e tacciarli d’ignoranza e razzismo quando gli stessi s’incazzano della loro condizione di diseredati.

La stessa intellighenzia mainstream che si straccia le vesti contro le politiche migratorie del governo Conte mentre è piena di se e di ma quando si sfruttano e affamano i paesi da cui vengono questi migranti.

La stessa intellighenzia mainstream che elogia la flessibilità sul lavoro, ma che vuole il posto fisso in parlamento.

La stessa intellighenzia mainstream che si mette il braccialetto per Kony 2012 (chi se lo ricorda più, eh?) mentre deposita i soldi nelle banche che investono negli armamenti dei signori della guerra africani.

La stessa intellighenzia mainstream che indica Salvini come la causa delle morti nel Mediterraneo, ma che non muove un dito contro i governi (di destra, di sinistra, di centro) che bombardano per rimuovere il dittatore di turno destabilizzando invece interi paesi.

La stessa intellighenzia mainstream che sbeffeggia Berlusconi che si fa i capelli mentre lei si deturpa il viso con l’ennesimo lifting assomigliando sempre più ad un troione da due soldi.

Insomma, la stessa intellighenzia mainstream che non applica un po’ di coerenza nella vita e piega la morale a seconda del colore politico o dell’esigenza personale.

VOTO:
4 Koni

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017) voto

Titolo originale: Three Billboards Outside Ebbing, Missouri
Regia: Martin McDonagh
Anno: 2017
Durata: 115 minuti

I film sono visti rigorosamente in lingua originale.
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Autore: Federico Del Monte

I was Born, I Live, I will Die

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