Dhobi Ghat (2010)

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A volte ci si ritrova in quelle situazioni nelle quali si è indecisi su quale strada prendere.
Come giudicare un qualcosa che ci ha allo stesso tempo interessati e scocciati?

Dhobi Ghat è un film che rientra in questa categoria; uno di quei film che apparentemente ha molte carte in regola per essere giudicato positivamente, ma che ci lascia con uno strano sapore in bocca.
Come se qualcuno avesse pisciato nel bicchiere di vino; non tutta una pisciata, solo qualche goccia.

E allora com’è questo film?
Per risolvere l’arcano mistero si potrebbe ricorrere ad un parallelo con l’India.

Ci sono tante persone che quando vengono in India ne rimangono affascinate: si lasciano catturare dai colori, dal caos e dalle tante stranezze, stanno tra le 2 e le 4 settimane, per lo più in quelle 10 località turistiche famose (e attrezzate per il turista occidentale) e poi tornano a casa con tante foto di gente vestita di stracci colorati e vecchie decrepite di 47 anni con un meraviglioso sorriso sdentato.
Poi ci sono quelli che invece l’India la vedono sotto una lente scientifica e sociologica, ne guardano gli aspetti antropologici e, pur comprendendo l’origine dei tanti mali che affligono questo posto, non possono fare a meno di giudicarla criticamente, di sottolinearne certi aspetti incomprensibili e raccapriccianti e di puntare il dito sui denti mancanti piuttosto che sull’apparente sorriso.

Ecco, io sono uno di questi ultimi e Dhobi Ghat è una vecchia sdentata che sorride per farsi dare 1 euro.
E io ci sputo sopra l’elemosina, come ci sputava sopra Gandhi.

In questo film, prodotto da Aamir Khan (star bollywoodiana considerata socialmente impegnata) e scritto e diretto dalla moglie Kiran Rao (di nobile famiglia), troviamo l’intreccio di 4 storie: un lavandaio che lavora appunto a Dhobi Ghat (la lavanderia a cielo aperto di Mumbai), un pittore contrito che cerca ispirazione in 3 videocassette trovate per caso in casa nuova, la donna che si è filmata in queste videocassette, e infine una giovane ricca alto borghese indiana che ha fatto le scuole in USA e ora è tornata a casa per fare un cazzo tutto il giorno e cincischiare con la fotografia.

Ecco, tutto ciò non è altro che una scopiazzatura dei vari film di Alejandro González Iñárritu, quello che ha fatto Amores Perros, 21 Grammi, Babel e Biutful.
E’ tanto una scopiazzatura che, non solo ricalca la struttura a storie intrecciate, ma si fischia e intasca pure il compositore Gustavo Santaolalla, chitarrista minimalista che fa musiche minimaliste per storie minimaliste.

Il problema qui è che Kiran Rao è una riccastra che non ha mai lavorato veramente in vita sua e quindi tutto il suo castello di carte sulla povertà, sulle ingiustizie e sulla separazione tra ricchi e poveri risulta artificiosa e pretenziosa.

Certo, se non conoscete Iñárritu e guardate il cinema con fare superficiale, Dhobi Ghat va più che bene, ma se ve ne intendete… quelle 5 goccia di piscia calda le sentite eccome.

Titolo originale: Dhobi Ghat (Mumbai Diaries)
Regia: Kiran Rao
Anno2010
Durata: 100 minuti

I film sono visti rigorosamente in lingua originale.
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Autore: Federico Del Monte

I was Born, I Live, I will Die

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