Morte a Venezia (1971)

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Gustav von Aschenbach è un compositore tedesco che, come molti altri stronzetti borghesi di fine ottocento inizio novecento, decide di passare una salutare vacanza nella “ridente” Venezia di 100 anni fa, una città umida, costosa, sovrappopolata e ricolma di malattie più o meno mortali.

Tra una zuppa di pesce al Grand Hotel, una sdraio al Lido e un insostenibile spocchioso senso di superiorità verso le classi meno abbienti, Gustav trova una valvola di sfogo alle sue frustrazioni personali e sessuali nel dolce e angelico viso di un minorenne polacco di nome Tadzio.
Fortuna vuole che, a fermare la sorte di questo inutile borghese da epoca post-napoleonica, arriva il colera indiano che miete vittime a destra e a manca, senza badare al portafogli o al titolo nobiliare.

Morte a Venezia (1971)
Gustav stranamente travestito da Maurizio Nichetti

Se non fosse per le bellissime scene in riva al mare con un Tadzio interpretato da un giovane svedese androgino, scene assolutamente belle e girate perfettamente, non ci sarebbe poi molto altro da elogiare.

Tratto dall’omonimo libretto di Thomas Mann e arricchito da un banalissimo sottotesto riguardante l’eterna lotta tra la natura umana, il giusto mezzo, la bellezza, l’arte e i primordiali plebei istinti, Morte a Venezia è esattamente come il testo da cui proviene: lento, appesantito da un descrittivismo molto fine a sé stesso e tipico dell’epoca, profondamente classista e concentrato su una disamina dei problemi di una classe sociale totalmente avulsa dalla realtà ed invece molto proiettata su se stessa e sui propri banali desideri e paure.

Le musiche sono del compositore Gustav Mahler (che nell’adattamento di Visconti prende il posto dello scrittore protagonista della novella) e sono un tripudio di sentimentalismo spiccio e pomposità da masturbazione malandata; le scenografie sono perfette, ma prive di vita e molto teatrali (ma che t’aspetti da Visconti?); le recitazioni, anch’esse teatrali, risultano a volte stucchevoli (eccezion fatta per il chitarrista sdentato che mi è risultato simpaticissimo nella sua paraculaggine); e la regia sembra troppo contenta della propria sviolinata in cima al campanile per rendersi conto dell’inutilità di un buon quarto delle inquadrature.
I dialoghi poi sono inspiegabilmente in inglese anziché tedesco e questo rende bene l’idea dell’assurdità e dell’ossimoro di un film apparentemente perfetto nel ricreare un’epoca per fortuna andata e una realizzazione falsa ad uso e consumo delle classi dominanti.

Luchino Visconti di Mondrone conte di Lonate Pozzolo era un aristocratico ricchissimo e come tale ha vissuto una giovinezza simile ai personaggi qui rappresentati; non si mette in dubbio il suo tesseramento al partito comunista e il suo impegno artistico verso i più deboli (La terra trema, Bellissima e Rocco e suoi fratelli sono capolavori neo e postneo realisti assolutamente perfetti sotto molti punti di vista), ma il suo pregresso non può non aver pesato in questo film.
Visconti non ha potuto fare a meno di rievocare acriticamente i fantasmi di un passato classista e profondamente ingiusto, un tempo in cui i poveri venivano additati come portatori di pestilenze per i loro atteggiamenti lascivi e sporchi, mentre i riccastri scopavano ragazzine ai bordelli di lusso e fantasticavano di inculare giovini polacchi di 10 anni.
Un’epoca sepolta che però cerca di riemergere ciclicamente ogni qual volta il ricco di turno si sente in diritto di pestare le teste dei suoi vicini meno fortunati.

VOTO:
2 ricchi ipocriti e mezzo

Morte a Venezia (1971) Voto

Titolo alternativo: Death in Venice
Regia: Luchino Visconti
Anno: 1971
Durata: 130 minuti

I film sono visti rigorosamente in lingua originale.
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Autore: Federico Del Monte

I'm an Italian photographer, filmmaker, blogger and teacher.

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