Il dottor Linden è duro come una roccia.
Non nel senso che ha il cazzo tosto, ma piuttosto che è incapace di esprimere la benché minima morbidezza genitoriale nei confronti dei due figli, Leon e Ursula.
E per ovviare a quest’inconveniente da nulla, il dottore pensa bene di dare voce ad un manichino anatomico che tiene in studio tramite la fottuta tecnica del ventriloquismo… ma questa brillante trovata farà uscire pazzo il figlio, regalandogli una paranoia schizoide.
Dopo poco, morti i genitori, Ursula e Leon si troveranno nel mezzo di una torbida storia d’amore inespresso dalla quale quest’ultimo non riuscirà mai a far scaturire seme mentre la prima farà penetrare terrore e morte dalle froce del suo nasetto da cazzotti porchiddio.

Tratto dall’omonimo libro dell’autore de L’Avvocato del diavolo, ecco a voi una sana grattata di coglioni con unghie lunghe.
Insomma, una goduria.
Perché la storia incestuosa di questi due incompetenti della vita sullo sfondo di un’interminabile carrellata di primi piani di questo manichino assolutamente spaventoso che viene, tra le varie che gli capitano, stuprato da un’infermiera tra gemiti e spurghi, è probabilmente l’idea cinematografica più insolita che abbia mai visto.
Ovviamente la sua natura di operetta un po’ di serie B ne mina l’elevazione a film culto, ma rimane godibilissimo, pur con tutti i buchi di sceneggiatura e le interpretazioni amatoriali.
VOTO:
3 infermiere

Titolo originale: Pin: A Plastic Nightmare
Regia: Sandor Stern
Durata: 1 ora e 43 minuti
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