Giovanna d’Arco fu una contadina francese analfabeta del quindicesimo secolo completamente invasata e con una fissa patologica col cristianesimo la quale condusse, dopo una serie di incredibili coincidenze ed eventi fortuiti, le armate francesi a vincere più e più volte contro gli inglesi invasori durante la guerra dei cento anni.
Beccata infine dai mangia patate e processata per eresia (e altri undici capi d’imputazione alquanto ridicoli) da un manipolo di teologi francesi venduti al nemico, Jeanne fu condannata e arsa viva il 30 maggio 1431.

Composto quasi interamente di soffocanti primi piani ed inquietanti dutch angles, La passion de Jeanne d’Arc è da molti considerato uno dei capisaldi del cinema mondiale.
Se da un lato non si può certo passare sopra l’imponente lavoro di decostruzione e ricostruzione compiuto sulla promettente attrice teatrale Marie Falconetti la quale, ironia della sorte, soffriva di disturbi psichici che la condussero ad un suicidio all’età di 54 anni, da un altro non si può fare a meno di sbadigliare copiosamente lungo le estenuanti due ore di stillicidio emotivo dozzinale a cui lo spettatore viene suo malgrado sottoposto.
E diciamolo pure: La passione di Giovanna d’Arco è materia da parrocchia e anime belle che non hanno il polso della realtà e la benché minima idea di come cazzo giri questo mondo; me ne frega cazzi a me se una giovane vergine del 1400 si era messa in testa di riconquistare la Francia dopo che un misto di turbe ormonali e sermoni da domenica sportiva le avevano fatto perdere definitivamente la brocca.
Se il film fosse stato lungo 37 minuti, sarei pure riuscito ad apprezzare la teatralità tutta sperimentale del regista danese il quale voleva portare la disperata passione umana ad un livello metafisico tramite l’uso del vuoto, del grottesco e dell’irrisoluto…
ma se io ci ho messo 27 parole a spiegare ‘sto cazzo di film, è mai possibile che ci vogliano 114 minuti per metterlo in scena?
VOTO:
3 roghi
Titolo originale: La passion de Jeanne d’Arc
Regia: Carl Theodore Dreyer
Anno: 1928
Durata: 114 minuti
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Ricordo che mi fu chiesto, durante il mio primissimo esame universitario (Storia del Cinema I), come avessi trovato questo film. Premesso che all’epoca avro’ avuto 18-19 anni, che l’esame era obbligatorio anche per coloro che (come me) non avevano scelto l’indirizzo Cinema, io risposi che lo avevo trovato “un po’ pesante”. Credo che questo mi costo’ un punto in meno sul voto finale, visto che la docente venerava la pellicola in modo incondizionato. Ma a ben pensarci forse la docente volle punire la mia mancanza di onesta’. Quello che il me diciotto-diciannovenne intendeva per “pesante” in realta’ era: “Si’, vabbe’, ho capito i primissimi piani e le inquadrature particolari, bello, bello. Resta che secondo me ‘sto film e’ l’equivalete cinematografico de ‘na fucilata ai cojoni”. A mia discolpa va detto che non avevo ancora visto “The dead don’t die”.